Un piano per arginare le tribù dell’occidente

In Europa e in Italia, le migrazioni di massa e le difficoltà dell’integrazione culturale ed economica acuiscono il peso di nuove diseguaglianze e nuove segregazioni territoriali, con gli estremi di Molenbeek, Saint-Denis, Sarcelles.
Delle nuove diseguaglianze geografiche e delle periferie-ghetto come chiave di lettura del malessere sociale che attraversa l’Occidente e sconvolge il crocevia del Mediterraneo ha parlato l’ex presidente del consiglio Matteo Renzi alla presentazione de Il Ritorno delle Tribù di Maurizio Molinari, che proprio su questi stravolgimenti si concentra.
Senza dubbio, siamo di fronte a una sfida istituzionale, politica e sociale di portata storica. Tuttavia, le diseguaglianze geografiche che dilaniano l’Occidente hanno le proprie radici in squilibri profondi del sistema economico e solo in parte sono riconducibili al collasso degli Stati nazionali in Medio Oriente e in Libia o alle divisioni nell’Unione Europea. Per questo motivo, un’enfasi eccessiva sulle tensioni indotte dall’immigrazione islamica rischia d’essere fuorviante.

Non v’è integrazione senza sviluppo economico, e non v’è sviluppo economico sostenibile senza una crescita diffusa, capace di offrire opportunità al lavoro e ai territori. Del resto, è proprio sul terreno della crescita e dello sviluppo che si sono prodotte le faglie che, nei mesi scorsi, hanno spaccato gli Stati Uniti e l’Inghilterra.
Per 150 anni, globalizzazione dei mercati e cambiamenti delle tecnologie hanno alimentato un divario crescente tra il club dei Paesi sviluppati e il resto del mondo. Dall’inizio degli Anni Novanta, la caduta del blocco sovietico e l’istituzione del WTO hanno abbattuto barriere e tariffe nel commercio estero e tre miliardi di individui si sono inseriti nel circuito dell’economia di mercato, sfruttando i differenziali di costo e la riorganizzazione delle filiere di produzione. L’inversione di rotta è stata repentina. Oggi, dopo meno di venticinque anni, la quota dei Paesi più ricchi sull’economia mondiale è tornata ai livelli pre-1914.

Questa grande convergenza è stata segnata dall’ascesa e dal declino di nuovi e vecchi ceti medi. Ascesa in Oriente, con la crescita poderosa di produzione, occupazione e consumi. Declino in Nord America ed Europa, dove la nuova divisione del lavoro mondiale ha svuotato e disarticolato settori e professioni, spazzando via mestieri e redditi di antica tradizione.
In Italia, nuove diseguaglianze si sono aggiunte alle vecchie. La (poca) crescita tende a concentrarsi in alcune regioni e in pochi grandi aggregati urbani e, all’interno di questi, è trainata da un numero limitato di club professionali e di comparti. In parallelo, si gonfia l’esercito degli esclusi, delle istanze e dei sommovimenti anti-sistema, delle tribù in rivolta contro l’establishment.

Non si è certo attenuata la storica spaccatura tra Nord e Sud. Allo stesso tempo, nelle grandi città, l’estinzione delle fabbriche e le trasformazioni nei servizi hanno pietrificato e segregato periferie cresciute troppo in fretta oltre cinquant’anni fa, mai rinnovatesi da allora e oggi sottoposte alle nuove pressioni migratorie.
Nuove professioni nascono, ma il ricambio è insufficiente e sono sempre più numerosi i giovani disoccupati, gli esclusi, coloro che si sentono impoveriti rispetto alle storie familiari e al presente dei quartieri e dei contesti più vitali.
Di ricette non sono colmi i cassetti. Sarebbe già qualcosa, però, se il nesso tra lavoro, crescita e sviluppo dei territori entrasse davvero stabilmente al centro dell’agenda politica.

Sul versante delle periferie e dei territori, serve ridisegnare e rigenerare tessuto connettivo: dalle infrastrutture di trasporto a quelle sociali, fisiche e immateriali. Può essere questo il cardine di un piano di stimolo innovativo nei contenuti e negli strumenti, capace di superare i vincoli di bilancio non tanto alzando la voce in Europa, quanto superando la logica del finanziamento pubblico a fondo perduto e valorizzando nuovi schemi di collaborazione pubblico privato, a cominciare dal rafforzamento e dal rinnovamento del piano Juncker. È questa una via obbligata per potenziare, mettere a sistema e coordinare gli interventi per le periferie, la messa in sicurezza di edifici e territori, il rilancio degli investimenti nelle scuole, nella sanità e nelle reti di trasporto regionali e urbane.

Sul versante del lavoro e della crescita, serve il traino di uno sforzo orientato su poche grandi traiettorie capaci di stimolare il rinnovamento del sistema produttivo: le nuove intersezioni tra industria e servizi; la sanità e le scienze della vita, terreno ideale per valorizzare competenze, creare opportunità e far nascere nuovi prodotti, servizi, modelli organizzativi, mestieri.
Per il lavoro, però, serve anche che vecchie ideologie e nuovi apparati burocratici non propongano nuovi schemi nati già vecchi. L’astrazione del contratto unico non deve diventare la camicia di forza che imprigiona le nuove professioni; va semplificata e incentivata l’alternanza tra scuola e lavoro; serve ridurre stabilmente il cuneo dei contributi alle pensioni pubbliche per le nuove generazioni, indipendentemente dalle forme contrattuali.

La sfida della crescita e dei nuovi squilibri geografici ci accompagnerà per molti decenni. Nessuno chiede soluzioni miracolose. È lecito attendersi, però, un disegno che si dimostri consapevole delle sfide da vincere per fronteggiare nuove polarizzazioni, nuove stratificazioni delle diseguaglianze, nuove segregazioni, nuove tribù d’Occidente.

Scritto da: Fabio Pammolli