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«L’America prima di tutto». E subito la mano pesante di Donald Trump si è abbattuta sui due cardini dell’ordine mondiale dell’ultimo quarto di secolo: la libera circolazione degli individui e quella delle merci.

Come per Hoover nel 1930, dazi e protezionismo strategico marcano la linea di cesura con il passato – Woodrow Wilson allora, Obama oggi – e celebrano l’immagine dell’uomo nuovo, forte, affidabile, capace di trasformare in speranza le difficoltà, le paure e il risentimento dei sostenitori: gli agricoltori messi in ginocchio dalla crisi allora; i colletti blu, i giovani, i precari dei servizi, i nuovi poveri che hanno perso il lavoro e non lo ritrovano, nell’America di oggi.

Vedremo come andrà a finire. Certo, in due settimane, si è consumata una rottura profonda, che ha sconquassato la roccaforte del liberalismo politico ed economico. Con ogni probabilità, la terapia d’urto è solo agli inizi. I prossimi passi saranno su tasse e investimenti. Qui l’azzardo di Trump è che la spesa pubblica in infrastrutture e il taglio delle tasse possano ripagarsi con la crescita e non aumentino il debito pubblico. È un azzardo in parte calcolato, perché se anche la spesa non produrrà crescita i conti pubblici saranno tenuti in ordine da sforbiciate poderose alla spesa sanitaria e a quella per il welfare. Il tutto brandendo una Costituzione fiscale – resa tradizione sin dai tempi di Jefferson e Madison – secondo cui la spesa pubblica si paga con le tasse e va presa a piccole dosi, mentre lo Stato non deve spendere più di quanto incassa, perché i figli non devono pagare per i debiti dei padri.

Quella di Trump è un’agenda economica disegnata attingendo senza remore a scuole di pensiero contrapposte: lo Stato minimo di Jefferson e Paul Ryan va a braccetto con lo Stato investitore di Hamilton e Joseph Stiglitz. In futuro, questo eclettismo potrebbe rivelarsi cacofonia. Di certo, Donald il Barbaro sarà ricordato come colui che ha dato voce e corpo a una vera e propria rivoluzione nel cuore dell’assetto economico e sociale consolidatosi nelle democrazie di mercato dopo la caduta del Muro di Berlino e con la creazione del mercato unico globale. Proprio per questo, un risultato Trump lo ha già prodotto: il dibattito e il confronto politico tornano a concentrarsi su pochi grandi temi di fondo, decisivi per gli equilibri tra democrazia, stato e mercato.

Immigrazione, diritti individuali, regole dell’Europa e dell’economia internazionale, tasse, lavoro, investimenti: qui si giocheranno, nei prossimi mesi, le sfide elettorali in Olanda, Francia, Germania. Questi, in Italia, i temi su cui misurare chi si candiderà a guidare un Paese reso sempre più vulnerabile dal fardello del debito e dall’incapacità di riformare le proprie istituzioni.

Quali libertà e quali responsabilità; quali assetti e quali regole per l’area europea; quali tasse tagliare e quali aumentare; quali le rinunce e quali le spese prioritarie per lo Stato; come aumentare la trasparenza dei bilanci pubblici, spiegando per filo e per segno per quali uscite straordinarie si chiede più debito e come s’intende ripianarlo; come disegnare soluzioni innovative per finanziare gli investimenti sulle infrastrutture, gli ospedali, le scuole, la sicurezza delle abitazioni e dei territori. Se il confronto sarà in campo aperto e su questi grandi temi, lo dovremo anche a Donald il Barbaro. La sua irruzione sulla scena è una sirena d’allarme sulla portata dei sommovimenti che si stanno producendo.

Sotto il suono delle sirene, riusciremo forse a metterci alle spalle temi e interessi minuti che sono rimasti prioritari nelle agende intellettuali e politiche dei pochi, ma sono divenuti sempre più marginali nella storia delle democrazie aperte e nel vissuto dei popoli che le animano.

Note:
La Stampa, 2 febbraio 2017