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Dal 1993, anno del primo intervento normativo (il Decreto Legislativo n. 124) che tentava di dare un inquadramento completo e istituzionale ai pilastri privati previdenziali [1], lo sviluppo dei fondi pensione (second pillar) e delle polizze assicurative con finalità pensionistiche (third pillar) rimane ancora agli albori, rendendo più difficili, sul piano economico e politico, le riforme del sistema pubblico di base.
Uno degli aspetti da sempre rimasti irrisolti è quello dello smobilizzo (degli accantonamenti futuri [2]) del trattamento di fine rapporto (il TFR) dei dipendenti privati [3].  Se si sommano l’aliquota di contribuzione al pilastro pubblico e l’aliquota di accantonamento al TFR, ogni anno poco meno del 40 per cento della retribuzione annua lorda è dedicata a finalità di risparmio di lungo termine; non è pensabile, quindi, che lo sviluppo della previdenza integrativa possa far leva sulla generazione di ulteriore risparmio. E’ necessaria una “riottimizzazione” di quello esistente, e da questo punto di vista l’istituto del TFR si presta bene, perché è uno strumento nato con delle inefficienze strutturali: a metà strada tra salario differito, investimento per la vecchiaia, “cuscinetto” per le vicende lavorative (cambi e interruzioni di lavoro), finanziamento sottocosto per la generalità delle imprese (senza capacità di filtro).
Proprio per questo motivo, le difficoltà a smobilizzare il TFR sono sinora state un fattore ostativo per la previdenza privata. Tali difficoltà sono venute sia dai lavoratori nella forma di “affezione” alla tradizione e timore per uno strumento più moderno ma anche più complesso, sia dalle imprese, che dalla fuoriuscita degli accantonamenti sopportano degli oneri finanziari connessi alla loro sostituzione tramite il canale bancario (o, più in generale, il mercato dei capitali).
Le titubanze dei lavoratori sono comprensibili di fronte a un cambiamento sistemico, e richiedono uno sforzo congiunto in termini di completamento della normativa, disegno dell’incentivazione fiscale, diffusione dell’informazione e creazione di una rinnovata “cultura previdenziale”. Il problema della compensazione delle imprese è, invece, tutt’uno con il disegno del nuovo sistema e, quindi, in mancanza di una soluzione condivisa e definitiva, ne viene indebolita la costruzione dell’assetto multiplastro e la sua stessa credibilità agli occhi dei lavoratori.
Su questo punto si desidera presentare una possibile soluzione. Sinora, la compensazione alle imprese è stata ricercata, oltre che nella deducibilità ordinaria (IRES) degli oneri finanziari dovuti alla sostituzione del TFR con capitali esterni, anche tramite agevolazioni aggiuntive che nel corso del tempo si sono ampliate, proprio nel tentativo di venire incontro alle esigenze dei datori di lavoro: dalla detrazione ai fini IRES-IRAP di un importo pari al 3 per cento dell’accantonamento TFR devoluto ai pilastri privati, alla sua trasformazione in deduzione dall’imponibile, all’aumento della percentuale dal 3 al 4 o 6 per cento a seconda del numero di lavoratori alle dipendenze (innovazione apportata con il Testo Unico Previdenziale del 2005).
L’ultimo intervento, in ordine di tempo, è consistito nel tentativo di avviare prestiti agevolati dalle banche alla imprese, finalizzati alla sostituzione del TFR e con un tasso di interesse “calmierato” dalla presenza di un fondo di garanzia pubblico. Questo progetto, che avrebbe dovuto entrare in vigore dall’inizio del 2006, è stato “congelato”, formalmente per motivi di un coordinamento (invero non indispensabile) con i tempi della riforma del sistema pensionistico pubblico (lo “scalone” nell’età di pensionamento di anzianità a partire dal 2008 [4]), in realtà per alcuni suoi aspetti insoddisfacenti:
(1)
 coinvolge un fondo di garanzia pubblico di cui non è possibile prevedere tempi e modi di finanziamento in futuro;
(2)
non riesce a costruire nuove basi strutturali, dal momento che lascia aperta la possibilità di ricontrattazioni <Governo-banche-imprese> delle condizioni del prestito;
(3)
non permette di superare uno degli aspetti di inefficienza del TFR, e cioè quello di finanziamento sottocosto rivolto alla generalità delle imprese, senza analisi di merito [5].
Come risolvere once and for all la compensazione delle imprese e indirizzare gli accantonamenti alla previdenza integrativa su basi solide, senza portarsi avanti l’alea di possibili ricontrattazioni delle condizioni e dare alle banche e allo Stato anacronistici ruoli, contrari alla logica stessa della diversificazione multipilastro.
Se si calcola il costo di sostituzione del TFR al netto della sola deducibilità ordinaria IRES utilizzando valori più alti di quelli correnti sia per la durata della carriera svolta con continuità presso uno stesso datore (10 anni [6]) sia per il tasso di interesse nominale dei prestiti delle banche alle imprese (10 per cento [7]),  tale costo non supera i 2 punti percentuali di retribuzione annua lorda del dipendente. Un ammontare che merita considerazione se si aspira a “chiudere la partita”, ma che, per il suo ordine di grandezza, può trovare spazio all’interno di una riforma o della fiscalità generale oppure della fiscalità specifica del sistema previdenziale.
La proposta che qui si avanza è di permettere una decontribuzione del datore all’INPS per un numero di punti percentuali di retribuzione lorda pari al costo di smobilizzo del TFR. Si potrebbe adottare la misura dei 2 punti percentuali che, come si è visto, costituiscono un upper bound, oppure una misura più fedelmente calcolata a partire dai valori medi correnti della lunghezza di carriera presso uno stesso datore e del tasso di interesse banca-impresa. Il datore di lavoro sarebbe, quindi, compensato integralmente e su basi strutturali; nel futuro la voce “accantonamento al TFR” scomparirebbe dalla contrattazione del costo del lavoro.
Dal canto loro, i lavoratori (tutti rientranti del sistema di calcolo contributivo o di transizione della pensione pubblica [8]) dovrebbero accettare che la decontribuzione all’INPS abbia effetti sulla loro pensione pubblica, come diretta conseguenza del sistema di calcolo che capitalizza i contributi versati e li trasforma in rendita sulla base di coefficienti attuariali.
Se si procedesse in questo senso, la compensazione degli oneri di smobilizzo del TFR avverrebbe attivando un moderato opting-out dal sistema pubblico, che corrisponde ad un altro obiettivo che molti assegnano all’agenda riformista pensionistica, sulla strada verso la diversificazione della spesa sociale pubblica, troppo concentrata sia oggi che in prospettiva sulla voce pensioni [9].
Il superamento del TFR avverrebbe chiedendo uno sforzo di responsabilità sia alle imprese (che dovrebbero accettare una compensazione once and for all ai valori correnti dei parametri), sia dei lavoratori rientranti nel sistema pubblico contributivo o con una quota di contributivo, che dovrebbero farsi protagonisti di una trasformazione epocale del nostro welfare system.
E in tutto ciò, i lavoratori rientranti del sistema di calcolo retributivo della pensione pubblica, già “salvati” dalla correzione dei conti resa necessaria nel 1992 (riforma “Amato”) e nel 1995 (riforma “Dini”), in quale maniera concorrerebbero  all’agenda riformista? Il loro ruolo, proprio per la posizione che a loro è stata riservata nelle precedenti riforme, non può che collocarsi nella nuova (sarà l’ultima?) riforma del sistema pubblico che l’Italia, anche su richiesta degli osservatori internazionali, sta progettando (cfr. OpEd – “Pensioni e mercato del lavoro: “uniti” da una riforma liberale).



[1] Sino ad allora, i pochi fondi pensione esistenti erano interni alle imprese (creati come posta dedicata nello stato patrimoniale) e concentrati nel settore bancario e creditizio.
[2] Lo stock accumulato non è mai stato messo in discussione.
[3] Il problema si ripresenta per i lavoratori pubblici, per i quali il vecchio trattamento di fine servizio (TFS) è stato trasformato in TFR proprio in vista di un successivo smobilizzo verso la previdenza integrativa (per una sintetica descrizione della normativa e dello stato di avanzamento della trasformazione, si può fare riferimento al sito dell’INPDAP, http://www.inpdap.gov.it/webinternet/previdenza/IndennitaPremioServizio.asp). Tuttavia, per i pubblici esiste una complessità in più: quella di generare flussi finanziari annuali effettivi dalla Pubblica Amministrazione verso i pilastri privati.
[4] Nel dibattito pre-Finanziaria si sta adesso discutendo della rimozione dello “scalone”.
[5] Il sostegno finanziario all’attività imprenditoriale dovrebbe passare attraverso strumenti ad hoc, più selettivi e incisivi. Poiché uno degli obiettivi della diversificazione multipilastro è proprio quello di creare un ponte diretto tra il risparmio a lungo termine e gli investimenti produttivi, nettare gli effetti dello smobilizzo del TFR tramite finanziamenti agevolati generalizzati significa indebolire quel nesso.
[6] La media corrente è compresa tra 5 e 10 anni.
[7] Un upper bound che permette di comprendere oggi tutta la più svariata casistica banca-impresa.
[8] Per quelli rientranti integralmente nel sistema di calcolo retributivo il problema dello smobilizzo del TFR e dell’avvio della previdenza privata non è una priorità.
[9] Cfr. proiezioni di lungo termine della spesa sociale effettuate dal Gruppo di Lavoro sull’Invecchiamento della Popolazione di ECOFIN.

Citazione: Fabio Pammolli e Nicola C. Salerno



Nel corso dell’ultimo quindicennio, la spesa sanitaria pubblica ha subito una compressione e una successiva stabilizzazione in termini di PIL ai livelli all’incirca pari a quelli del 1990. Questo processo è stato parte della più ampia risistemazione della finanza pubblica, per favorire la partecipazione alla fase finale dell’introduzione della moneta unica europea. A questo restringimento del canale di finanziamento pubblico si è contrapposto il processo di invecchiamento più incisivo tra i Partner UE, che si è tradotto in un crescente peso del finanziamento privato.

Il trasferimento di responsabilità tra pubblico e privato è avvenuto, e ancor tutt’ora avviene, sotto forma di maggiori pagamenti dei cittadini a valere sui loro redditi disponibili, in presenza di uno sviluppo ancora embrionale di forme organizzate e gestite professionalmente di copertura sanitaria (fondi e assicurazioni), e senza il supporto di schemi articolati e organici di agevolazione fiscale e di regolazione della domanda. Se si focalizza l’analisi sugli anni più recenti (2000-2004), emerge chiaramente il riaffiorare di tendenze di crescita delle spesa sanitaria pubblica, riconducibili non a scelte chiare e programmate delle risorse da dedicare al settore, ma ad una vera e propria “deriva” che si sta producendo nel contesto normativo e istituzionale federalista iniziato e ancora gravemente incompleto.

Citazione: Fabio Pammolli e Nicola C. Salerno



Il Decreto Legislativo del 5 Dicembre 2005, n. 252, “Disciplina delle forme pensionistiche complementari” ha introdotto in Italia il Testo Unico della Previdenza Complementare (“TUP”), che ha modificato e integrato la normativa riguardante la previdenza privata. Come la previgente normativa, anche il TUP individua, come possibili fonti di contribuzione ai programmi di investimento previdenziale, il contributo del diretto interessato, cioè il lavoratore, il contributo del datore di lavoro e lo smobilizzo degli accantonamenti al trattamento di fine rapporto (“TFR”). Il TUP è stato concepito con l’obiettivo di innalzare il grado di convenienza per il lavoratore-partecipante ad aderire a programmi di investimento previdenziale, nel contempo cercando di attutire gli effetti che lo smobilizzo del TFR produce sull’equilibrio finanziario delle imprese, nonché di circoscrivere la dimensione della tax expenditure nei limiti consentiti dall’attuale situazione di finanza pubblica.

Il presente lavoro dapprima descrive la normativa riguardante la previdenza complementare, sia quella previgente che quella modificata dal TUP, con particolare riferimento al trattamento fiscale; successivamente, è simulata la partecipazione ad una forma di previdenza complementare da parte di un neoassunto regolare del settore privato che si avvale anche del completo smobilizzo del TFR (senza che si aggiunga un contributo specifico da parte del datore di lavoro).

Citazione: Fabio Pammolli e Nicola C. Salerno



Si parte dal presupposto metodologico che il pilastro privato non sia uno strumento deputato al trasferimento di risorse dal datore di lavoro al lavoratore. Gli obiettivi redistributivi, non ristretti all’interno del rapporto diretto tra lavoratore e proprio datore, sono affidati al sistema fiscale e anche a quella parte del sistema fiscale che riguarda il disegno delle agevolazioni agli investimenti previdenziali. Ciò posto, nel valutare le ipotesi di finanziamento del pilastro privato e di smobilizzo del TFR, non ci si può esimere dal considerare il rispetto delle compatibilità economiche tra gli attori coinvolti, cioè il rispetto del loro vincolo di bilancio. E’ una posizione metodologica di realismo all’interno di un’economia di mercato, necessaria a dare fondamenta solide al pilastro privato: da un lato v’è la contrattazione del costo del lavoro comprensivo di tutte le sue poste; dall’altro la scelta di avvio del pilastro privato con eventuale ricombinazione delle poste all’interno del contrattato costo del lavoro.

Citazione: Fabio Pammolli e Nicola C. Salerno



E’ simulato l’investimento in un programma di previdenza complementare da parte di un lavoratore neoassunto del settore privato con carriera quarantennale che, oltre a contribuire personalmente, decide di dedicarvi anche gli accantonamenti al TFR. La simulazione è ripetuta sia all’interno della normativa fiscale vigente, che in quella riformata dallo schema di decreto approntato nei giorni scorsi dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Sono, quindi, calcolati i profili dei flussi di cassa differenziali rivenienti al lavoratore, al datore di lavoro e all’Erario, rispetto al benchmark in cui il TFR continua a rimanere presso l’impresa. Sono calcolati anche il valore attuale dei flussi di cassa differenziali (con un tasso di sconto di cui si argomenta l’utilizzo) e il tasso di rendimento netto della scelta di avviare il programma previdenziale rispetto al mantenimento del tradizionale TFR (il TIR dei flussi di cassa differenziali).

Emerge come la normativa fiscale riformata fornisca maggiori agevolazioni fiscali tutte concentrate nella fase di godimento dei benefici, fruibili quindi dopo 40 anni e oltre, grazie all’imposizione molto più lieve della rendita e della prestazione una tantum. Dal punto di vista dell’impresa, invece, le innovazioni che lo schema esplicitamente e operativamente introduce mostrano un impatto quantitativo irrilevante. La risoluzione del problema di “accompagnare” le imprese che devono adeguarsi alla possibile fuoriuscita del TFR è rimandata alla definizione operativa dei meccanismi di accesso agevolato al credito. Nel suo complesso, la parte fiscale dello schema di decreto, nonostante preveda significativi allargamenti della tax expenditure nel lungo periodo, lascia sollevare perplessità sulla sua capacità di imprimere nell’immediato cambiamenti nelle tendenze di adesione alla previdenza complementare. Più interessanti e promettenti appaiono, invece, altre parti del decreto (cui il lavoro solo accenna, dedicandosi agli aspetti fiscali) che aspirano a colmare vuoti o incertezze di carattere normativo e a sciogliere aspetti regolamentari sinora eccessivamente rigidi.

Citazione: Fabio Pammolli e Nicola C. Salerno