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Nel complesso, emergono quattro considerazioni in chiave di policy, coerenti con il benchmarking tra Regioni sulla base dei profili di spesa pro-capite per fasce di età (l’altro approccio sviluppato da CERM accanto alla modellizzazione econometrica): 1.) I profondi gap di efficienza e di qualità tra Regioni hanno natura strutturale e trovano conferma impiegando metodologie di analisi diverse. Le cinque Regioni più devianti potrebbero liberare risorse per circa 9,4 miliardi/anno, più del 77% delle risorse, oltre 12 miliardi equivalenti a circa lo 0,8% del Pil, che si libererebbero a livello Paese se tutte le Regioni si posizionassero sulla frontiera efficiente e condividessero le stesse performance dell’Umbria, la Regione che si qualifica come benchmark; 2.) La sfida di policy è quella di disegnare i percorsi di convergenza delle varie Regioni verso il benchmark. È una sfida complessa, perché per alcune Regioni il percorso da compiere è particolarmente lungo e difficile. Leve essenziali saranno: piena responsabilizzazione fiscale; maggior responsabilizzazione di mandato/ufficio per politici e amministratori; deospedalizzazione; integrazione socio-sanitaria; prevenzione; riforma della distribuzione al dettaglio dei farmaci e sviluppo delle farmacie dei servizi; universalismo selettivo. Lungo queste dimensioni dovranno impostarsi ed essere valutati i programmi di convergenza delle Regioni verso gli standard; 3.) La coerenza tra i risultati dell’approccio econometrico e quelli dell’approccio per profili di spesa avvalora l’impostazione generale che i decreti attuativi della Legge n. 42-2009 stanno seguendo, con gli standard di spesa corrente da ricavare tramite benchmarking sulle Regioni più virtuose e, in parallelo, l’azione di perequazione/rafforzamento infrastrutturale dei Ssr; 4.) Nella difficoltà di dare copertura finanziaria certa e a medio-lungo termine alle risorse per gli investimenti infrastrutturali, dovrebbe essere opportunamente considerata anche la possibilità di una soluzione endogena, che riallochi in conto capitale una quota delle risorse che i guadagni di efficienza mano mano liberano sul fronte corrente.

Citazione: Fabio Pammolli e Nicola C. Salerno



Che cosa sarebbe accaduto se nel 2009 il Fsn fosse stato ripartito integralmente a quota capitaria ponderata? Pammolli e Salerno propongono questi calcoli, considerando come pesi di ponderazione i valori desumibili dai profili di spesa per fascia di età utilizzati dalla Ragioneria Generale e dall’Ecofin. Inoltre, quale distribuzione regionale delle risorse future emergerebbe se la quota capitaria ponderata fosse applicata alle proiezioni di spesa sanitaria (acuta e lungodegenza) riportate nel Programma di Stabilità dell’Italia? Lo rivelano i numeri di un esercizio di simulazione al 2015 e al 2050, che contiene anche una ipotesi di gestione della fase di transizione. La quota capitaria pondera dimostra la sua capacità di perseguire, con regole semplici e trasparenti, finalità di redistribuzione territoriale. Per quanto riguarda, infine, il lato del reperimento delle risorse, si propone l’applicazione del principio di ugual sacrificio proporzionale sui Pil regionali.

Citazione: Fabio Pammolli e Nicola C. Salerno



Nel corso dell’ultimo quindicennio, la spesa sanitaria pubblica ha subito una compressione e una successiva stabilizzazione in termini di PIL ai livelli all’incirca pari a quelli del 1990. Questo processo è stato parte della più ampia risistemazione della finanza pubblica, per favorire la partecipazione alla fase finale dell’introduzione della moneta unica europea. A questo restringimento del canale di finanziamento pubblico si è contrapposto il processo di invecchiamento più incisivo tra i Partner UE, che si è tradotto in un crescente peso del finanziamento privato.

Il trasferimento di responsabilità tra pubblico e privato è avvenuto, e ancor tutt’ora avviene, sotto forma di maggiori pagamenti dei cittadini a valere sui loro redditi disponibili, in presenza di uno sviluppo ancora embrionale di forme organizzate e gestite professionalmente di copertura sanitaria (fondi e assicurazioni), e senza il supporto di schemi articolati e organici di agevolazione fiscale e di regolazione della domanda. Se si focalizza l’analisi sugli anni più recenti (2000-2004), emerge chiaramente il riaffiorare di tendenze di crescita delle spesa sanitaria pubblica, riconducibili non a scelte chiare e programmate delle risorse da dedicare al settore, ma ad una vera e propria “deriva” che si sta producendo nel contesto normativo e istituzionale federalista iniziato e ancora gravemente incompleto.

Citazione: Fabio Pammolli e Nicola C. Salerno



Il Decreto Legislativo del 5 Dicembre 2005, n. 252, “Disciplina delle forme pensionistiche complementari” ha introdotto in Italia il Testo Unico della Previdenza Complementare (“TUP”), che ha modificato e integrato la normativa riguardante la previdenza privata. Come la previgente normativa, anche il TUP individua, come possibili fonti di contribuzione ai programmi di investimento previdenziale, il contributo del diretto interessato, cioè il lavoratore, il contributo del datore di lavoro e lo smobilizzo degli accantonamenti al trattamento di fine rapporto (“TFR”). Il TUP è stato concepito con l’obiettivo di innalzare il grado di convenienza per il lavoratore-partecipante ad aderire a programmi di investimento previdenziale, nel contempo cercando di attutire gli effetti che lo smobilizzo del TFR produce sull’equilibrio finanziario delle imprese, nonché di circoscrivere la dimensione della tax expenditure nei limiti consentiti dall’attuale situazione di finanza pubblica.

Il presente lavoro dapprima descrive la normativa riguardante la previdenza complementare, sia quella previgente che quella modificata dal TUP, con particolare riferimento al trattamento fiscale; successivamente, è simulata la partecipazione ad una forma di previdenza complementare da parte di un neoassunto regolare del settore privato che si avvale anche del completo smobilizzo del TFR (senza che si aggiunga un contributo specifico da parte del datore di lavoro).

Citazione: Fabio Pammolli e Nicola C. Salerno



E’ simulato l’investimento in un programma di previdenza complementare da parte di un lavoratore neoassunto del settore privato con carriera quarantennale che, oltre a contribuire personalmente, decide di dedicarvi anche gli accantonamenti al TFR. La simulazione è ripetuta sia all’interno della normativa fiscale vigente, che in quella riformata dallo schema di decreto approntato nei giorni scorsi dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Sono, quindi, calcolati i profili dei flussi di cassa differenziali rivenienti al lavoratore, al datore di lavoro e all’Erario, rispetto al benchmark in cui il TFR continua a rimanere presso l’impresa. Sono calcolati anche il valore attuale dei flussi di cassa differenziali (con un tasso di sconto di cui si argomenta l’utilizzo) e il tasso di rendimento netto della scelta di avviare il programma previdenziale rispetto al mantenimento del tradizionale TFR (il TIR dei flussi di cassa differenziali).

Emerge come la normativa fiscale riformata fornisca maggiori agevolazioni fiscali tutte concentrate nella fase di godimento dei benefici, fruibili quindi dopo 40 anni e oltre, grazie all’imposizione molto più lieve della rendita e della prestazione una tantum. Dal punto di vista dell’impresa, invece, le innovazioni che lo schema esplicitamente e operativamente introduce mostrano un impatto quantitativo irrilevante. La risoluzione del problema di “accompagnare” le imprese che devono adeguarsi alla possibile fuoriuscita del TFR è rimandata alla definizione operativa dei meccanismi di accesso agevolato al credito. Nel suo complesso, la parte fiscale dello schema di decreto, nonostante preveda significativi allargamenti della tax expenditure nel lungo periodo, lascia sollevare perplessità sulla sua capacità di imprimere nell’immediato cambiamenti nelle tendenze di adesione alla previdenza complementare. Più interessanti e promettenti appaiono, invece, altre parti del decreto (cui il lavoro solo accenna, dedicandosi agli aspetti fiscali) che aspirano a colmare vuoti o incertezze di carattere normativo e a sciogliere aspetti regolamentari sinora eccessivamente rigidi.

Citazione: Fabio Pammolli e Nicola C. Salerno