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Eravamo presi a discutere di manovra e flessibilità e non ce ne siamo accorti: Donald Trump ha trovato la pozione magica per la crescita e il lavoro, ispirandosi a Dwight Eisenhower.

Entrambi repubblicani, le differenze tra il miliardario e il Presidente soldato non potrebbero essere più grandi. Eppure Trump deve sicuramente tenere sul comodino una copia del Federal Aid Highway Act che nel ’56 lanciò la costruzione delle grandi arterie stradali nazionali.

 

Citazione: Fabio Pammolli



Le tinte fosche dipinte nel G20 di Hangzou ci raccontano di una prospettiva di rallentamento duraturo dell’economia mondiale. La situazione internazionale è grave, ma non segna certo un fato ineluttabile per l’Italia, chiamata invece a perseguire con ancor maggiore determinazione l’obiettivo della crescita. Certamente, la crescita non si ottiene per decreto, e la coperta delle risorse è corta. Tuttavia, interventi per il lavoro dei giovani e per gli investimenti sono possibili, ed è tempo d’indicare le linee guida di un nuovo patto fiscale con i cittadini.

Citazione: Fabio Pammolli



Le analisi presentate nel Quaderno evidenziano che il Paese arriva all’appuntamento con il federalismo ereditando un divario geografico particolarmente pronunciato in termini di sviluppo economico.

Alla vigilia delle riforma federalista, l’indice di dipendenza strutturale per area geografica (persone in età inattiva in percentuale di quelle in età attiva), corretto per tener conto dell’occupazione e della produttività, si presta a dare informazioni importanti sulle diverse proporzioni che nel Paese si realizzeranno tra individui non occupati (in età non attiva, divenuti inattivi, disoccupati) e individui effettivamente occupati e generatori di risorse.

Se si manterranno i tassi di occupazione e i livelli di produttività attuali, già nel 2012 gli indici di dipendenza strutturale corretti segnano un netto stacco tra il Mezzogiorno e il resto del Paese: l’oltre 140 per cento del Mezzogiorno (1,4 persone non al lavoro per ogni persona occupata e produttiva) si confronta con valori compresi tra l’80 e il 90 per cento delle altre aree geografiche. Se le Regioni riuscissero a colmare, entro il 2012, la metà del gap che ciascuna mantiene rispetto al target “Lisbona-Stoccolma”, ma rimanessero inalterate le differenze di produttività, la divaricazione degli indici sarebbe più contenuta ma comunque significativa: l’oltre 110 per cento del Mezzogiorno si porrebbe tra il 13 e i 20 punti percentuali al di sopra delle altre aree geografiche.

L’indice di dipendenza strutturale corretto si configura sin dall’immediato come un vero e proprio indice di rottura, con la conseguenza di allontanare il Mezzogiorno sia dal resto del Paese sia dall’Europa. Sul piano di policy, ne deriva la necessità di accompagnare il più possibile la trasformazione federalista con progressi sul fronte delle riforme strutturali: per promuovere concorrenza e migliorare il funzionamento dei mercati; per innalzare i tassi di partecipazione al mercato del lavoro e per promuovere occupazione a tutte le età; per far crescere la produttività, incidendo anche sulle dotazioni infrastrutturali, sulla qualità della pubblica amministrazione e dei servizi pubblici locali; per riformare il welfare system verso un assetto multipilastro in grado di compensare le pressioni crescenti che altrimenti le esigenze di finanziamento delle prestazioni pensionistiche e sanitarie genererebbero, anno per anno, sui redditi degli occupati.

Questa esigenza non si manifesta solo per il Mezzogiorno ma, in una prospettiva internazionale, anche per il Centro-Nord, i cui indici di dipendenza strutturale mostrano, a confronto con l’Europa, più marcate tendenze a deteriorarsi, con effetti negativi sul piano sia dell’equilibrio politico e sociale sia della competitività dell’economia.

Il federalismo è, attraverso i guadagni di trasparenza, responsabilizzazione ed efficienza che rende possibili, una delle riforme più importanti per sostenere la convergenza delle Regioni meno sviluppate del Mezzogiorno e rinvigorire i processi di crescita del Centro-Nord. Ma s’impone una riflessione sulla necessità di coordinarne l’applicazione con le altre riforme strutturali a livello Paese. Il rischio è che, in un eccesso di fiducia sulle sue capacità di promuovere catching-up e sviluppo, la riforma federalista venga “lasciata sola” e sovraccaricata di compiti e attese, mentre dovrebbe essere coadiuvata e sostenuta dalle altre riforme strutturali Paese. In caso contrario, le tensioni divergenti che si svilupperanno tra aree geografiche potranno assumere, sin dai prossimi anni, dimensioni troppo forti per poter mantenere il federalismo nel solco del dettato costituzionale; troppo forti per poter far esprimere effetti positivi ai principi di avvicinamento delle fonti di entrata a quelle di spesa e di piena responsabilizzazione nei confronti dei risultati di bilancio. Il rischio, in altri termini, è che si creda troppo nella shock therapy del federalismo, sottovalutando le condizioni di contesto in cui lo si innesta e, in particolare, quelle riguardanti la struttura di base del Paese, quella che Regioni ed Enti Locali dovranno continuare a condividere.

Non far mancare al federalismo il sostegno delle riforme Paese è necessario per guardare doppiamente lontano: alla sostenibilità del federalismo costituzionale, e alla necessità che l’Italia partecipi da protagonista a quel federalismo di “secondo livello” che è il processo di integrazione europea.

Il Quaderno è realizzato grazie anche al contributo della “Fondazione Monte dei Paschi di Siena”

Citazione: Fabio Pammolli, Nicola C. Salerno