Serve maggiore concorrenza nel mercato farmaceutico di Antonio Nicita e Fabio Pammolli farmaci e concorrenza L'intervento di Francesco Ciranna (Il Sole 24 Ore del 2 settembre 2003) tocca alcuni punti rilevanti per l'assetto e l'evoluzione del mercato farmaceutico italiano e riafferma il nesso tra diffusione dei generici, dinamiche di competizione di prezzo, efficienza. Sulle cause e sulle ricette, alcune considerazioni sono necessarie. In merito alla vexata quaestio dei certificati di protezione complementare (Cpc), la legge 112/02 costituisce già un compromesso tra l'obiettivo di assicurare una più rapida apertura alla concorrenza di prezzo per mercati di ingenti dimensioni e la tutela di un diritto considerato dalle imprese come acquisito in sede di programmazione degli investimenti. Risulta priva di fondamento, invece, ogni connessione diretta tra un’eventuale ulteriore riduzione della protezione brevettale e la messa a punto di misure di sostegno all'innovazione (premium price, defiscalizzazione delle spese di ricerca). Ciranna rileva, correttamente, il permanere di disparità di andamento dei prezzi tra mercati che hanno registrato l'entrata di prodotti generici e mercati popolati solo da prodotti copia. Nel quadro vigente, l'assenza di trend al ribasso dei prezzi sui mercati dei prodotti copia è spiegata proprio dal fatto che, quei mercati, per caratteristiche e attrattività commerciale, non sono interessanti per il generico. Questa disparità si registra comunque in un quadro complessivo di mercato nel quale, come rileva una recente elaborazione Ims, i prezzi sono in Italia più bassi del 15% rispetto alla media europea. Inoltre, l'eventualità di azioni di dumping, prospettata da Ciranna, grazie alle quali il ribasso dei prodotti “vecchi” eroderebbe spazi di mercato per i generici, non può essere utilizzata come grimaldello per rivedere le modalità di determinazione del prezzo di rimborso. Questo non può che essere fissato al valore minimo dei prezzi di farmaci considerati “uguali”, in quanto ogni diversa ponderazione corrisponderebbe a introdurre barriere all'entrata di produttori più efficienti, con nuovi limiti alla concorrenza. Pe-raltro, la considerazione secondo cui il prezzo medio dei prodotti “vecchi” sarebbe più alto in Italia rispetto ai maggiori Paesi europei è infondata se riferita al totale dei principi attivi, mentre è vera solo per alcuni. Al di là di ogni ulteriore considerazione di merito, il vero interrogativo rimane come far sì che il settore farmaceutico nel suo complesso sia regolato attraverso un maggiore ricorso alla concorrenza. Due le aree di intervento sulle quali riflettere, da subito. In primo luogo, l'assenza di un sistema organico di misure di regolazione economica della domanda, nella forma di schemi pro-concorrenziali di compartecipazione alla spesa, capaci di tenere viva la sensibilità al prezzo, una volta introdotte necessarie clausole di garanzia in relazione a reddito e natura della patologia. La compartecipazione alla spesa deve essere intesa non tanto come mera leva fiscale, ma piuttosto come strumento per agire sul funzionamento dei mercati e sugli incentivi degli agenti economici. In secondo luogo, l'introduzione di una maggiore concorrenzialità sul mercato nazionale passa per la messa a punto di un disegno organico di riforma strutturale del comparto distributivo, incentrato sulla rimozione dei vincoli all'entrata di nuovi operatori e sulla liberalizzazione dei margini. Riforme su queste direttrici possono realizzare una sostanziale riduzione dei costi e dei prezzi di cui può beneficiare l'intero sistema. In questo ambito, la vera sfida che il comparto dei generici deve saper porre è data dal suo ruolo di gatekeeping per l'ingresso di nuovi operatori e per il potenziamento della concorrenza nell'industria chimico-farmaceutica. L'auspicio è di poter osservare, nei prossimi mesi, un'ampia convergenza sulla necessità di introdurre regole e agenzie capaci di curare il malato con la medicina della concorrenza. |