Sono possibili riforme economiche, in particolare quelle pensionistiche?

L’economia italiana è a un punto di svolta, sono necessarie misure rigorose e ambiziose. In campagna elettorale si è assistito a un numero incredibile di proposte di riforma. Alcuni economisti ricordano sulla stampa con rituale periodicità le priorità e il quid agendum ai vari governi. È un esercizio utile anche se non sempre efficace. Tutti più o meno sanno cosa sarebbe necessario fare. La questione di fondo è la volontà politica – se le condizioni le permettono – per realizzare le riforme. Qui non faremo liste ma ci concentreremo su un semplice obiettivo, che potrebbe fortemente caratterizzare il nuovo esecutivo se realizzato. La storia recente e la complessità dei sistemi politici sconsigliano lunghe liste, sulle quali si è in principio tutti d’accordo salvo poi ammettere esenzioni o giustificare difficoltà di realizzazione.

L’ultimo Rapporto del Working Group on Ageing della Commissione Europea è molto chiaro e preciso. L’Italia presenta il quadro demografico ed economico più sfavorevole: presentiamo il tasso di fecondità più basso (insieme a Spagna e Grecia) e in futuro saremo di gran lunga il paese con il valore più piccolo; abbiamo la speranza di vita più elevata tra i paesi UE-25 (insieme a Francia e Austria), 82,8 per gli uomini e 87,8 per le donne; il nostro tasso di dipendenza per gli anziani peggiorerà fortemente, arrivando al 62 per cento nel 2050; siamo il paese con la riduzione forse più marcata della working-age population entro il 2050; la spesa non aumenterà molto, dal 14,2 per cento del 2004 fino al picco del 15,9 per cento del Pil nel 2039, + 1,7. Partiamo però da un livello molto elevato rispetto a quello degli altri paesi. Insomma, non c’è da scherzare, l’Italia si gioca sul sistema pensionistico larga parte del suo futuro. Non è più questione di destra o sinistra, non si può più rinunciare ad un aumento dell’età pensionabile a 60 anni ed oltre, soprattutto se si pensa che altri paesi presentano un’età media di uscita pari a 61 anni (la Germania), a 63 (il Regno Unito) e a 65 anni (gli USA) – bene ha fatto Mario Draghi a ricordarlo insieme all’urgenza della previdenza complementare – con un sistema pensionistico più equilibrato e una demografia nettamente più favorevole.

Naturalmente, si può discutere se sia necessario – ed equo – un salto brusco o scalini più soft, oppure se non sia preferibile lasciare ai lavoratori la scelta lavorando sulle quote – ad esempio, a partire da quota 95 fino a quota 100, dove il lavoratore sceglie quando andare in pensione sommando 57 anni di età con 38 anni di contributi e così via. Ma il dato di fondo è chiaro. Non si possono indebolire le riforme già fatte, anzi ci si deve interrogare se esse siano sufficienti a mantenere stabile e sostenibile l’evoluzione della spesa pensionistica. La riforma del 2004 prevede risparmi di spesa dell’ordine dello 0,6-0,7 del PIL nel periodo dal 2010 al 2030. La condizioni della finanza pubblica non lasciano spazio ad alternative, oppure si deve dire come si finanziano gli aumenti di spesa.

C’è poi la questione della revisione decennale dei coefficienti, prevista nel 2005: sì certo, essa riduce e ridurrà l’ammontare delle prestazioni, data la demografia e la speranza di vita. Si dirà che è la “solita” questione di political economy: ovvero, si vuole continuare a favorire classi di età che hanno avuto trattamenti alquanto generosi – perché più potenti sul piano elettorale e più vicine al median voter – rispetto ai giovani, ai giovanissimi e a quelli che dovranno nascere, che tra l’altro oltre a pensioni da poveri si troveranno a fronteggiare un mercato del lavoro molto particolare. Non è questa la sfida fondamentale, la cartina di tornasole per capire chi vuole le riforme e la crescita economica e chi invece difende gruppi di interesse e non vuole il cambiamento? Non sarà opportuno chiedere uno sforzo a tutti, a chi potrà beneficiare del sistema retributivo pieno come anche a chi si troverà in un sistema contributivo che, con carriere irregolari, li esporrà a pensioni da fame?

Di solito si sostiene che i sistemi pensionistici realizzano un patto intergenerazionale, un contratto tra le generazioni; invece, questo contratto è chiaramente incompleto, asimmetrico, firmato solo da una parte. L’altra parte (giovani, attivi, non nati) non ha firmato nessun patto! Ne serve costruire diritti formali, o scrivere su un pezzo di carta i diritti acquisiti, perché ciò non assicura niente. Obblighi scritti sulla carta o su promesse che graveranno sulle future generazioni non garantiscono che la questione dell’equità intergenerazionale sia risolta! Anzi…. Non è questo realmente il profilo per capire davvero chi si colloca su posizioni riformiste e chi preferisce invece solo il mantenimento dello status quo? L’equità intergenerazionale purtroppo non esiste, è un ossimoro. Le generazioni tendono ad essere egoiste. Il fare affidamento sull’altruismo verso le future generazioni è un’illusione.  D’altro canto, le future generazioni non votano. E  qui sta la ragione fondamentale per sviluppare il pilastro complementare. Innanzitutto, una ragione di tipo etico, per permettere l’interruzione del beggar-thy-neighbour generazionale e pensionistico (con il trasferimento in avanti dell’onere del finanziamento delle attuali prestazioni sulle future generazioni). In secondo luogo, per rafforzare i diritti di proprietà e limitare il rischio politico. I sistemi a capitalizzazione sono nel complesso uno strumento molto potente per isolare le generazioni dal rischio politico. Infine, perché senza un pilastro complementare che integri e stabilizzi le aspettative pensionistiche degli italiani, il sistema sarebbe instabile e poco sostenibile, ne sarebbe investito anche il primo pilastro.

Restano oltre alla questione pensionistica, le altre aree cruciali dove il consenso è massimo: dall’università alla concorrenza in alcuni mercati e settori sensibili, come l’energia, i servizi professionali, le farmacie fino alle banche e al settore televisivo. Si può anche indicare “quanto mercato manchi al nostro paese” su cui forse siamo in principio tutti d’accordo. Quello che è stato raramente affrontato è la lezione della scuola di Public Choice e di larga parte della letteratura recente di political economy, ovvero se vi sia un sufficiente capitale politico, la determinazione per ignorare le diverse costituencies e realizzare le riforme di cui l’Italia ha bisogno. Se siamo tutti d’accordo perché poi non si fanno davvero le riforme? Come è possibile che vi sia una totale coincidenza sulla diagnosi, ma che poi si diverga del tutto nella scelta della terapia e dei trattamenti? Non sarà necessario affiancare alle riforme economiche anche alcune riforme istituzionali – ad esempio, che rafforzino i poteri dell’esecutivo e in particolare quelli del Ministro dell’Economia in relazione alla legge di bilancio – che aumentino la realizzabilità della riforme stesse?

Scritto da: Mauro Marè