Riformare le pensioni per riorganizzare il welfare

4 mld di Euro nel 2009, 9 nel 2010. Queste le risorse che si possono liberare allineando al resto dell’Europa la durata del periodo di quiescenza. Si tratta di una riforma necessaria, se si vuole finanziare la diversificazione degli istituti del nostro welfare, a cominciare dalle politiche per il lavoro

Il “cantiere” delle pensioni è aperto in Italia da oltre quindici anni. Sono stati compiuti dei passi importanti per la razionalizzazione e l’omogeneizzazione delle regole pensionistiche. Tuttavia, il processo di riforma appare incompiuto. In primo luogo, per il lungo periodo di transizione per il passaggio dal generoso criterio di calcolo retributivo a quello contributivo nozionale (il “Dini”): quest’ultimo entrerà a regime[1] solo tra il 2030-2035, proprio in corrispondenza del picco di incidenza della spesa per pensioni sul PIL (la cosiddetta “gobba”), e sarà troppo tardi per correggerne le conseguenze sull’economia. In secondo luogo, per le incertezze che ancora pesano sulle regole del contributivo, per quanto riguarda sia l’aggiornamento dei coefficienti di trasformazione montante-rata[2], sia la finestra anagrafica di pensionamento flessibile, un’altra componente fondamentale per la coerenza della riforma “Dini” e recentemente abbandonata in favore prima dello “scalone” e poi degli “scalini”.

Ci sono buone ragioni per aprire un confronto serrato sulle riforme possibili per il sistema di sicurezza sociale nel nostro Paese. Innanzi tutto, si tratta di ragioni demografiche, con implicazioni di rilievo in termini di sostenibilità del sistema pensionistico e di adeguatezza delle pensioni maturate. Secondo proiezioni demografiche dell’EUROSTAT, l’indice di dipendenza strutturale dell’Italia (persone in età inattiva in percentuale di quelle in età attiva) passerà dal 51,74 per cento del 2008 all’81,58-86,9, a seconda degli scenari, del 2050; il peggioramento più consistente in UE-15 dopo quello di Grecia e Spagna. In un Paese che invecchia così rapidamente, sproporzioni tra capitoli di spesa del welfare system, tra vita attiva e vita in quiescenza dei cittadini, e tra ripartizione e capitalizzazione come modalità di trasferimento nel tempo delle risorse e di finanziamento delle pensioni, sono destinate a generare distorsioni crescenti sulla domanda e sull’offerta di lavoro, sull’accumulazione del capitale e sulla produttività. Queste sproporzioni si riconoscono tutte nell’organizzazione del welfare e delle pensioni in Italia.

I dati sulla vita attesa a 60 anni vedono gli Italiani più longevi di oltre 2 anni rispetto alla media UE allargata e di circa 1 rispetto alla UE-15 (un po’ più per le donne, un po’ meno per gli uomini); nel contempo l’età media di pensionamento definitivo (con fuoriuscita dal mercato del lavoro) rimane inferiore di circa 1,4 anni rispetto all’UE allargata, e di circa 1,3 anni per le donne e 1 anno per gli uomini rispetto all’UE-15 (dati EUROSTAT). Se si prende a riferimento l’età mediana di pensionamento definitivo, la differenza aumenta, e si superano i due anni sia rispetto all’UE allargata che all’UE-15. In particolare, la tendenza ad abbandonare prima il mercato del lavoro risalta soprattutto in confronto a Partner, come la Svezia e il Regno Unito, che hanno sviluppato un welfare system diversificato tra capitoli di spesa e strumenti.

Se si considerano congiuntamente la maggior longevità e la minore permanenza in attività, il sistema pensionistico italiano è chiamato a farsi carico di tre/cinque anni in più di erogazioni rispetto alla media UE allargata, a seconda che si consideri l’età media o mediana di pensionamento definitivo[3]. Rispetto all’UE-15 il maggior carico è di tre/quattro anni, ma rispetto al alcuni Partner raggiunge o addirittura supera i 5 anni (Svezia, Regno Unito, Irlanda, Portogallo). Ed è questo differenziale che, assieme alla già citata generosità del vecchio criterio di calcolo retributivo, ancora interamente applicato per la quasi totalità dei flussi di pensionamento nei prossimi anni, pone i maggiori problemi per una riorganizzazione del nostro sistema di sicurezza sociale, generando quelle sproporzioni tra capitoli di spesa del welfare system che contraddistingue l’Italia nel contesto internazionale.

Lo spaccato per macrofunzioni, su dati EUROSTAT, della spesa complessiva (pubblica e privata) per welfare vede l’Italia dedicare alla vecchiaia il 13 per cento del PIL, 3,6 p.p. al di sopra della media UE-15. Alle provvidenze ai superstiti va il 2,5 per cento del PIL, 1,1 p.p. al di sopra dell’UE-15. Se si tien conto che in Italia queste ultime consistono per la quasi totalità di pensioni indirette o di reversibilità, l’Italia dedica alla vecchiaia oltre 4,5 punti di PIL in più dell’UE-15. Corrispondentemente appaiono sottodimensionate, sempre rispetto all’Europa, tutte le altre funzioni: per la sanità lo stacco è di 0,3 p.p. di PIL, 0,8 per le prestazioni di invalidità/disabilità, addirittura 1,2 per la famiglia e i figli, altrettanto per le indennità di disoccupazione, 0,4 per il supporto nell’accesso/mantenimento della casa e 0,4 anche per il contrasto dell’esclusione sociale.

Se si concentra l’analisi sulle pensioni, pubbliche e private, l’Italia vi dedica il 14,7 per cento del PIL, 3,6 punti percentuali al di sopra della media UE-15[4]. Al contrario, se ci si concentra sull’aggregato della spesa pubblica per le politiche del lavoro passive ed attive, emerge un impegno di risorse per l’Italia pari a poco meno dell’1,3 per cento del PIL, oltre 0,8 punti percentuali al di sotto della media europea. Se è vero che lo stacco più evidente (oltre 0,4 punti) riguarda gli interventi a sostegno del reddito dei disoccupati o di coloro che vedono a vario titolo ridotto l’orario di lavoro, è anche vero che, in termini di composizione percentuale interna, la spesa italiana è concentrata proprio su questi, mentre restano marginali gli istituti di promozione/creazione di lavoro (servizi per l’impiego, sostegno a percorsi di riqualificazione e alla flessibilità di carriera, incentivi alle start-up, etc.). Poche risorse e mal distribuite, concentrate sulla finalità di tutelare dagli eventi avversi (le politiche passive), lasciando scoperta quella di rinnovamento e sviluppo delle opportunità (le politiche attive).

Tante pensioni, poco welfare”, insomma. E nei prossimi due anni risalterà con conseguenze drammatiche l’insufficienza degli ammortizzatori del mercato del lavoro, che per definizione svolgono una funzione anticiclica, sia nel tutelare le famiglie dal rischio di improvvise cadute di reddito, sia nel sostenere la domanda aggregata e conservare il capitale umano favorendo la ripresa del circuito domanda-produzione-reddito.

L’”Interim Forecast Report” della Commissione Europea prevede, per l’Italia, un tasso di disoccupazione in aumento dal 6,7 per cento del 2008, all’8,2 del 2009, e all’8,7 nel 2010. E secondo le stime del Governo circolate nei giorni scorsi, nei prossimi due anni, per sostenere gli ammortizzatori del mercato del lavoro, sarà necessario reperire 8 miliardi di Euro. Nei giorni scorsi è stata raggiunta una intesa di massima con le Regioni per il loro coinvolgimento nel reperimento di queste risorse, ma non è ancora chiaro quali potranno essere le fonti di finanziamento. Alla ricerca di fonti di finanziamento adeguate e durature per le politiche del lavoro, non si può non partire dalla struttura interna del nostro welfare system.

In questa nota si fornisce una stima dell’ordine di grandezza delle disponibilità finanziarie che si libererebbero nel bilancio pubblico riassorbendo il divario di anni pro-capite di mancato lavoro e maggior godimento della pensione dell’Italia rispetto all’Europa. Come riferimento iniziale si prendono i flussi di pensionamento nel 2007 sui dati INPDAP ed INPS.

L’analisi assume che, a partire dal 2009, i nuovi pensionandi decidano di posticipare il ritiro tra i tre e i cinque anni. A parità di caratteristiche (anzianità contributiva, età) con sui sono avvenuti i pensionamenti nel 2007, ciò equivale in sostanza a supporre che uomini e donne vadano in pensione al compimento del requisito che prima si verifica tra un’anzianità piena di 40 anni e l’età anagrafica di 65 anni. In altri termini, il recupero del gap rispetto all’Europa sui parametri strutturali del sistema pensionistico si realizza o con una contribuzione piena o con un’età anagrafica di 65 anni, indifferenziata tra uomo e donna. La stima si svolge distinguendo la gestione INPDAP e la gestione INPS. All’interno di ciascuna gestione vengono distinte le posizioni di uomini e donne, analizzando il posticipo del pensionamento che, di volta in volta, si renderebbe necessario per determinare un riallineamento rispetto ai requisiti di 65 anni di età o di 40 anni di anzianità.

Nel calcolo dell’ordine di grandezza dei risparmi si fa riferimento agli scaglioni IRE/IRPEF in vigore nel 2008 e, inoltre, si adotta l’ipotesi che la retribuzione da lavoro dipendente durante gli anni di continuazione della carriere non partecipi alla determinazione dei flussi finanziari differenziali, perché controbilanciata dal valore della prestazione lavorativa. In altri termini, si ipotizza che ciascun individuo che entra in pensione sia sostituito da un pari livello funzionale con medesimo livello retributivo, sia nel pubblico che nel privato. Si ipotizza anche che nei prossimi cinque anni i flussi di pensionamento potenziali rimangano identici a quelli del 2007.

Sul fronte delle donne iscritte alla gestione INPDAP, si dovrebbe realizzare un posticipo di 3 anni sia dei pensionamenti di vecchiaia che dei pensionamenti di anzianità con requisiti congiunti contribuzione-anagrafica. I risparmi di spesa ammonterebbero a 700 milioni di Euro nel 2009, a 1,4 miliardi nel 2010, e 2,2 miliardi rispettivamente nel 2011, 2012 e 2013.

Sul fronte egli uomini iscritti alla gestione INPDAP, lo scenario ipotizzato si concretizzerebbe in un posticipo di 2 anni dei pensionamenti di anzianità con requisiti congiunti contribuzione-anagrafica, e di 1 anno dei pensionamenti di vecchiaia. Per inciso i primi rappresentano oltre il 70 per cento dei casi di pensionamento. I risparmi di spesa ammonterebbero a 680 milioni di Euro nel 2009, e 1,3 miliardi rispettivamente nel 2010, 2011, 2012 e 2013.

Sul fronte delle donne iscritte al FPLD dell’INPS, lo scenario ipotizzato si concretizzerebbe in un posticipo di 5 anni dei pensionamenti di anzianità con requisiti congiunti contribuzione-anagrafica, e di 4/5 anni dei pensionamenti di vecchiaia. I risparmi di spesa ammonterebbero a 670 milioni di Euro nel 2009, 1,3 miliardi nel 2010, 2 miliardi nel 2011, 2,7 miliardi nel 2012, e 2,9 miliardi nel 2013.
Sul fronte degli uomini iscritti al FPLD dell’INPS, lo scenario ipotizzato si concretizzerebbe in un posticipo di 5 anni dei soli pensionamenti di anzianità con requisiti congiunti contribuzione-anagrafica. I risparmi di spesa ammonterebbero a 1,3 miliardi di Euro nel 2009, 2,6 miliardi nel 2010, 3,9 miliardi nel 2011, 5,2 miliardi nel 2012, e 6,6 miliardi nel 2013.

Sul fronte delle donne iscritte all’INPS gestione dei lavoratori autonomi, lo scenario ipotizzato si concretizzerebbe in un posticipo di 5 anni dei pensionamenti di anzianità con requisiti congiunti contribuzione-anagrafica, e di 4 anni dei pensionamenti di vecchiaia. I risparmi di spesa ammonterebbero a 450 milioni di Euro nel 2009, 900 milioni nel 2010, 1,3 miliardi nel 2011, 1,8 miliardi nel 2012, e 2,0 miliardi nel 2013.

Infine, sul fronte degli uomini iscritti all’INPS gestione dei lavoratori autonomi, lo scenario ipotizzato si concretizzerebbe in un posticipo di 5 anni dei soli pensionamenti di anzianità con requisiti congiunti contribuzione-anagrafica.

I risparmi di spesa ammonterebbero a 450 milioni di Euro nel 2009, 900 milioni nel 2010, 1,3 miliardi nel 2011, 1,8 miliardi nel 2012, e 2,0 miliardi nel 2013. Nel complesso, l’analisi svolta evidenzia, per il periodo 2009-2013, le seguenti disponibilità finanziarie:

Nella lettura di questi ordini di grandezza sono necessarie alcune cautele:

1È vero che il posticipo della pensione che si è ipotizzato allineerebbe l’Italia alla media europea, tenuto conto della più alta aspettativa di vita e della minor lunghezza della vita attiva …
2… ma è altresì vero che il pensionamento a soli requisiti pieni – 40 anni di contribuzione o 65 anni di età – rappresenta una ipotesi di riforma più drastica dello “scalone Maroni-Tremonti”, di cui si stanno adesso rimpiangendo i benefici finanziari che avrebbe apportato, ma al quale erano riconducibili effetti indesiderabili sulla produttività, sul turnover fisiologico soprattutto in presenza di alti livelli di disoccupazione, sulla sfera delle scelte individuali.
3I dati, inoltre, devono esser intesi come sovrastime per due motivazioni principali: da un lato risentono dell’ipotesi dello scenario benchmark che, in caso di pensionamento immediato, il soggetto, sia nel comparto pubblico che privato, venga rimpiazzato da un lavoratore/professionista equivalente in termini di inquadramento e livello retributivo; dall’altro, si deve considerare che una parte dei risparmi è in effetti già in corso di maturazione grazie agli “scalini” della riforma “Prodi” del 2007 e all’ampliamento del cumulo pensione – reddito da lavoro, dai quali ci si attende comunque un effetto di prolungamento delle carriere e di posticipo del pensionamento definitivo.
4In particolare, l’ultima considerazione rimanda al fatto che non è detto che nei prossimi anni i flussi dei pensionandi rimangano gli stessi registrati nel 2007. C’è però da sottolineare non solo che su un periodo sufficientemente breve l’ipotesi è meno restrittiva di quanto possa apparire a prima vista, ma anche che nel complesso delle computazioni si sta facendo riferimento al gap verso la media UE e non a quello, più ampio, verso alcuni specifici Partner come la Svezia e il Regno Unito.

Con queste precisazioni, le grandezze ottenute testimoniano delle potenzialità nella rigenerazione di risorse pubbliche che si aprirebbero se in Italia le proporzioni tra vita attiva e vita in quiescenza si allineassero alla media europea.  Nei prossimi cinque anni, si libererebbero risorse mediamente superiori allo 0,8 per cento del PIL, il gap che separa l’Italia dall’UE-15 nelle risorse dedicate alle politiche attive e passive per il lavoro.

Se si realizzasse anche solo la metà dei risparmi previsti per il 2009 e il 2010, troverebbero copertura finanziaria quegli 8 miliardi che il Governo ha annunciato essere necessari, nei prossimi due anni, per fronteggiare la disoccupazione.

Prolungare le carriere ed innalzare l’età di pensionamento definitivo: si tratta di una prospettiva necessaria per rinnovare il welfare, il mercato del lavoro e l’economia.  Il vero punto di policy non è se realizzare o meno una riforma delle pensioni, ma piuttosto come ottenere risultati, che paiono tanto ragionevoli quanto necessari, come frutto di scelte individuali. Su questo terreno, la risposta esiste già all’interno del sistema pensionistico italiano e passa per una “riscoperta” dell’impostazione originaria della riforma “Dini”. In particolare, sarebbe possibile prevedere:
¾     una finestra anagrafica unica, 62-67 o 63-67, e, all’interno di essa, la possibilità di pensionamento flessibile, con assegni proporzionati alla speranza di vita sia tramite coefficienti montante-rata aggiornati automaticamente ogni anno per le pensioni e le quote di pensione contributive, sia tramite abbattimenti/premi che svolgano la medesima funzione per le pensioni e le quote di pensione retributive;
¾     la possibilità di pensionamento quando si raggiunga l’anzianità piena di 40 anni, indipendentemente dall’età anagrafica, ma sempre con assegni proporzionati alla speranza di vita residua;
¾     deroghe limitate e solo in caso di lavori usuranti.

L’allungamento delle carriere comporterebbe l’erogazione di assegni pensionistici più elevati, riducendo, negli anni a venire, i risparmi complessivi stimati per il 2013. Tuttavia, questo effetto sarebbe almeno in parte controbilanciato dalle correzioni degli assegni per tener conto dell’aspettativa di vita al pensionamento.  Inoltre, in previsione di pensioni pubbliche più elevate si potrà mettere in “cantiere”, superati i prossimi anni difficili, una seconda fase di riforma, con la riduzione dell’aliquota di contribuzione al primo pilastro per le nuove coorti di lavoratori, riducendo il cuneo sul lavoro e dando spazio ai fondi pensione per bilanciare il finanziamento a ripartizione con il finanziamento frutto di investimenti reali sui mercati[5].

Riforma delle pensioni, riforma del welfare e ripresa dell’occupazione e della crescita sono volti diversi di un unico disegno di rilancio della nostra economia.  Le risorse che possono liberarsi ristabilendo proporzioni adeguate tra vita attiva e vita in pensione possono contribuire a far funzionare meglio il mercato del lavoro e a far crescere l’economia, oltre ad avere per definizione un effetto anticiclico. E sembra questo un passaggio obbligato per il nostro Paese.

Senza riforme strutturali per il lavoro e la crescita non solo vengono a mancare le risorse per finanziare il welfare di oggi, ma neppure si creano le condizioni per l’adeguatezza delle pensioni di domani. Per questa ragione, è importante che lo stesso “fronte” riformatore, che si è coalizzato attorno alla riforma della contrattazione del costo del lavoro, si riconosca e si ritrovi anche nella necessità di sostenere una riforma delle pensioni finalizzata alla diversificazione e al rafforzamento degli istituti del welfare system.


[1] Con tutti i gli attivi ricompresi nelle regole contributive. Si dovrà aspettare il 2045-250 perché le pensioni in erogazione siano tutte di tipo contributivo.
[2] Con il criterio di calcolo retributivo, la pensione è calcolata come percentuale della retribuzione pensionabile, quest’ultima una media delle ultime retribuzioni da lavoro. Con il criterio di calcolo contributivo, la pensione è data dalla trasformazione in rendita vitalizia del montante dei contributi versati durante la carriera. I contributi si accumulano al tasso di crescita medio quinquennale del PIL, mentre la trasformazione in rendita avviene tenendo conto della vita attesa all’età di pensionamento.
[3] Ai fini dello sviluppo delle computazioni, si ritengono utili due precisazioni. In primo luogo, si ritiene più corretto calcolare le medie UE non ponderate: dal momento che la sostenibilità dei welfare non si misura su scala europea ma riguarda singolarmente i Partner, e che lo stesso può dirsi per le proporzioni tra vita attiva e vita in quiescenza, si adoperano pesi identici per tutti. In secondo luogo, anche se si riporta sia l’età media che quella mediana di pensionamento definitivo, è utile sottolineare che quest’ultima variabile ha un valore informativo in più: essa indica l’età al di sotto della quale passa in quiescenza la metà di coloro che lasciano il lavoro ogni anno, fornendo implicitamente anche informazione sull’altra variabile che influenza la dinamica della spesa pensionistica, ossia il numero dei pensionandi. Per l’Italia, il gap mediano è superiore al gap medio.
[4] La definizione di spesa pensionistica di EUROSTAT, oltre a comprendere la componente privata, fa riferimento ad un perimetro di spesa diverso e più ampio rispetto a quello utilizzato dalla Ragioneria Generale dello Stato e coordinato all’interno del “Gruppo di Lavoro sull’Invecchiamento della Popolazione” (GLI) di ECOFIN. Se, tuttavia, si esaminano i dati del secondo round di lavoro del GLI-ECOFIN, la valutazione sullo sbilanciamento del welfare italiano verso le pensioni è confermata. Più del 54 per cento della spesa pubblica per welfare è dedicata alle pensioni, il valore più elevato in UE-15, 12,4 p.p. al di sopra della media dei Partner. In Italia la spesa per pensioni si colloca al 14,2 per cento del PIL, 4,4 p.p. al di sopra della media. Al di sotto della media per due decimi di punto è la spesa per la sanità, nella somma di acute e long-term care. Significativamente sotto la media restano la spesa per l’istruzione e quella per indennità di disoccupazione, entrambe inferiori di oltre 0,8 p.p..
[5] Al pari della diversificazione degli istituti di welfare, anche la diversificazione multipillar è praticabile soltanto sele proporzioni tra vita attiva e vita in quiescenza si allineano alla media europea, permettendo un ridimensionamento dell’aliquota di contribuzione obbligatoria senza indurre scompensi nei flussi finanziari dell’Erario e nelle possibilità di risparmio dei lavoratori. E, al pari delle politiche per il lavoro, anche la diversificazione multipillar si pone come uno snodofondamentale per lo sviluppo e la valorizzazione dei  fattori produttivi (lavoro e capitale) e per la crescita economica che porta occupazione.