Requisiti anagrafici di accesso ai benefici differenziati tra pilastro pubblico e pilastro privato: per riformare le pensioni rispettando le scelte individuali

Nei dati del “Pension at a glance -2009” dell’Ocse l’Italia è il Paese con la più elevata incidenza della spesa pensionistica sul Pil, un 14% che si confronta con il 7,2 della media Ocse, il 12,4 della Francia, l’11,4 della Germania, l’8,1 della Spagna, il 5,7 del Regno Unito. La riduzione del Pil prevista per il 2009 e il 2010, e la fase di stagnazione che seguirà, probabilmente faranno crescere questa incidenza a ridosso del 18%. In queste condizioni diviene ancor più importante rimetter mano a quella riforma delle pensioni che è la nostra grande incompiuta sin dagli inizi degli anni Novanta.

Due le esigenze da realizzare: da un lato, ripristinare l’equilibrio tra vita attiva e vita non lavorativa, sbilanciato sulla seconda; dall’altro, bilanciare il finanziamento a ripartizione con lo sviluppo del pilastro privato a capitalizzazione, riducendo il cuneo sul lavoro e rendendo possibile una maggiore diversificazione degli istituti del welfare. Per di più, il 25 Giugno scade il termine per ottemperare alla sentenza della Corte di Giustizia Europea sull’età di pensionamento delle donne iscritte alla gestione Inpdap, e anche da questo arriva una sollecitazione ad intervenire.

La soluzione naturale, in linea con l’impostazione originaria della riforma “Dini”, è quella di prevedere un intervallo anagrafico di pensionamento identico per uomini e donne, senza vincoli di anzianità contributiva, dimensionando gli assegni in base alla speranza di vita. Per le pensioni e per le quote di pensione contributiva, questa soluzione si tradurrebbe nel ricorso a coefficienti di trasformazione montante-rata specifici per ciascuna età, da aggiornare annualmente. Analogamente, per le pensioni e per le quote di pensione retributive, si farebbe ricorso a coefficienti di correzione degli importi. Successivamente, l’intervallo di riferimento andrebbe aggiornato nel tempo per tenere conto dei trend demografici.

Sono questi i tratti di base di un nuovo modello di pensionamento flessibile, capace d’incentivare il prolungamento delle carriere lasciando uno spazio, sia pur delimitato, alle scelte individuali.

In questa stessa prospettiva, v’è un elemento, non ancora valorizzato, di complementarità tra pilastro pubblico e pilastro privato, che può essere utile per accompagnare una riforma delle pensioni pubbliche come quella descritta, e per orientare il recepimento della sentenza della Corte di Giustizia.

Allo stato attuale, l’età per l’accesso alle pensioni private è la stessa valida per le pensioni pubbliche, a meno di situazioni di difficoltà del mercato del lavoro quando espressamente riconosciute nei regolamenti dei fondi pensione.

Se l’accesso alle pensioni del pilastro privato potesse realizzarsi, invece, in anticipo rispetto alla finestra definita per il pilastro pubblico, si avrebbero condizioni favorevoli per un intervento normativo di spostamento in avanti del requisito anagrafico minimo per l’accesso alla pensione pubblica. Se si volesse terminare di lavorare prima della finestra anagrafica utile per il pensionamento nel pilastro pubblico, lo si potrebbe fare contando sull’erogazione della rendita privata durante gli anni che precedono il compimento del requisito minimo di età. A essere facilitati sarebbero inoltre i percorsi di fuoriuscita graduale dal lavoro, con il passaggio a posizioni part-time, anche prima del compimento del requisito minimo e senza brusche cadute reddituali, visto che i minori redditi da lavoro sarebbero integrati dalla rendita privata. Ne discenderebbe un impulso positivo per scelte di pensionamento graduale, conciliando il prolungamento della vita attiva con il turnover generazionale nelle posizioni a tempo indeterminato.

Nel complesso, il disaccoppiamento dei requisiti anagrafici per l’accesso alle pensioni pubbliche e private aprirebbe opportunità in più nella riforma delle pensioni e del welfare, portando argomenti nuovi anche all’interno del dibattito tra parti sociali. La valorizzazione di questo profilo di complementarità sarebbe una “cucitura” utile al disegno di un sistema organico, in cui pubblico e privato non siano e non appaiano in alcun modo antitetici. E di “cuciture” se ne potrebbero pensare altre, dalla revisione della fiscalità verso schemi di detrazione dal reddito che recuperino anche nel privato finalità equitative, al collegamento alla posizione maturata nel pilastro pubblico della percentuale del montante smobilizzabile in forma di capitale una tantum dal pilastro privato, da cui arriverebbero altri incentivi al posticipo del pensionamento. Sono snodi importanti da sistematizzare adesso, per raccoglierne i frutti il prima possibile, e magari anche per imbastire una risposta circostanziata alla Commissione Europea.