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Quaderni

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I Quaderni sono contributi di carattere analitico, con un grado di approfondimento scientifico superiore a quello delle Note. Di lunghezza variabile (normalmente 30-60 cartelle), costituiscono la collana di impostazione maggiormente accademica (per questo aperti, in prospettiva, ad accogliere anche contributi esterni provenienti da università ed altri centri di ricerca). Essi tentano di coniugare assieme analisi teorica, descrizione ampia e diffusa della cornice normativa e regolamentare, benchmarking internazionale e formulazione di compiute proposte di policy (che possono anche prendere la forma di articolati di legge). I Quaderni prendono spunto anche dalle tematiche affrontate in una o più Note, rispetto alle quali si presentano come momento di ulteriore riflessione e di quantificazione, anche con l'ausilio di modellistica sviluppata internamente.
Quaderno CERM n. 2-2008, di Fabio Pammolli, Nicola C. Salerno
10/2008
PDF, 1.2 Mb
Le analisi presentate nel Quaderno evidenziano che il Paese arriva all’appuntamento con il federalismo ereditando un divario geografico particolarmente pronunciato in termini di sviluppo economico.

Alla vigilia delle riforma federalista, l’indice di dipendenza strutturale per area geografica (persone in età inattiva in percentuale di quelle in età attiva), corretto per tener conto dell’occupazione e della produttività, si presta a dare informazioni importanti sulle diverse proporzioni che nel Paese si realizzeranno tra individui non occupati (in età non attiva, divenuti inattivi, disoccupati) e individui effettivamente occupati e generatori di risorse.

Se si manterranno i tassi di occupazione e i livelli di produttività attuali, già nel 2012 gli indici di dipendenza strutturale corretti segnano un netto stacco tra il Mezzogiorno e il resto del Paese: l’oltre 140 per cento del Mezzogiorno (1,4 persone non al lavoro per ogni persona occupata e produttiva) si confronta con valori compresi tra l’80 e il 90 per cento delle altre aree geografiche. Se le Regioni riuscissero a colmare, entro il 2012, la metà del gap che ciascuna mantiene rispetto al target “Lisbona-Stoccolma”, ma rimanessero inalterate le differenze di produttività, la divaricazione degli indici sarebbe più contenuta ma comunque significativa: l’oltre 110 per cento del Mezzogiorno si porrebbe tra il 13 e i 20 punti percentuali al di sopra delle altre aree geografiche.

L’indice di dipendenza strutturale corretto si configura sin dall’immediato come un vero e proprio indice di rottura, con la conseguenza di allontanare il Mezzogiorno sia dal resto del Paese sia dall’Europa. Sul piano di policy, ne deriva la necessità di accompagnare il più possibile la trasformazione federalista con progressi sul fronte delle riforme strutturali: per promuovere concorrenza e migliorare il funzionamento dei mercati; per innalzare i tassi di partecipazione al mercato del lavoro e per promuovere occupazione a tutte le età; per far crescere la produttività, incidendo anche sulle dotazioni infrastrutturali, sulla qualità della pubblica amministrazione e dei servizi pubblici locali; per riformare il welfare system verso un assetto multipilastro in grado di compensare le pressioni crescenti che altrimenti le esigenze di finanziamento delle prestazioni pensionistiche e sanitarie genererebbero, anno per anno, sui redditi degli occupati.

Questa esigenza non si manifesta solo per il Mezzogiorno ma, in una prospettiva internazionale, anche per il Centro-Nord, i cui indici di dipendenza strutturale mostrano, a confronto con l’Europa, più marcate tendenze a deteriorarsi, con effetti negativi sul piano sia dell’equilibrio politico e sociale sia della competitività dell’economia.

Il federalismo è, attraverso i guadagni di trasparenza, responsabilizzazione ed efficienza che rende possibili, una delle riforme più importanti per sostenere la convergenza delle Regioni meno sviluppate del Mezzogiorno e rinvigorire i processi di crescita del Centro-Nord. Ma s’impone una riflessione sulla necessità di coordinarne l’applicazione con le altre riforme strutturali a livello Paese. Il rischio è che, in un eccesso di fiducia sulle sue capacità di promuovere catching-up e sviluppo, la riforma federalista venga “lasciata sola” e sovraccaricata di compiti e attese, mentre dovrebbe essere coadiuvata e sostenuta dalle altre riforme strutturali Paese. In caso contrario, le tensioni divergenti che si svilupperanno tra aree geografiche potranno assumere, sin dai prossimi anni, dimensioni troppo forti per poter mantenere il federalismo nel solco del dettato costituzionale; troppo forti per poter far esprimere effetti positivi ai principi di avvicinamento delle fonti di entrata a quelle di spesa e di piena responsabilizzazione nei confronti dei risultati di bilancio. Il rischio, in altri termini, è che si creda troppo nella shock therapy del federalismo, sottovalutando le condizioni di contesto in cui lo si innesta e, in particolare, quelle riguardanti la struttura di base del Paese, quella che Regioni ed Enti Locali dovranno continuare a condividere.

Non far mancare al federalismo il sostegno delle riforme Paese è necessario per guardare doppiamente lontano: alla sostenibilità del federalismo costituzionale, e alla necessità che l’Italia partecipi da protagonista a quel federalismo di “secondo livello” che è il processo di integrazione europea.

Il Quaderno è realizzato grazie anche al contributo della "Fondazione Monte dei Paschi di Siena"



Quaderno CERM n. 1-2008, di Fabio Pammolli, Nicola C. Salerno
07/2008
PDF, 1,003.2 Kb
Da strategie unilaterali di politica monetaria non potrà derivare nulla di positivo per nessuno dei game player. Anche considerando progressi dell’Europa nelle politiche per la crescita, se la forza dell’Euro non si collocherà presto in un progetto di nuovo ordine monetario globale, è difficile immaginare che la politica monetaria della BCE possa ignorare le strategie opportunistiche, a danno dell’Europa, con cui sia Stati Uniti che Paesi emergenti tenteranno di sfruttare l’esistenza di una moneta internazionale così forte e così ben difesa. Dal canto loro, per portare a compimento il soft landing (il riaggiustamento, senza troppo forti discontinuità, dei loro conti interni ed esterni), gli Stati Uniti hanno necessità che l’Euro si affianchi al Dollaro come valuta piolo su scala mondiale; ma proprio a questo fine hanno anche necessità di un’Europa che non si “dissangui” dietro l’Euro, perché alla fine la forza della moneta la fa il Paese che la emette, e un’Europa in buona salute è importante anche per bilanciare i nuovi equilibri politici che si stanno determinando con l’avanzamento dei newcomer (soprattutto Cina e India). Per non dire che un Dollaro che continua ad indebolirsi, assieme alla spinta al riaggiustamento dei conti USA, porta anche inflazione e instabilità finanziaria. Per quanto riguarda i newcomer, se l’obiettivo è quello, incontestabile, di entrare nel circuito dello sviluppo e del benessere per tutti i cittadini, la via non può essere quella di politiche aggressive e di spregiudicate movimentazioni valutarie, che si ritorcerebbero contro nella forma di risposte protezionistiche (anche sul fronte della delocalizzazione di unità produttive), instabilità monetaria e finanziaria, razionamenti/blocchi nell’export di beni/servizi/knowhow sui quali non sono, e difficilmente hanno possibilità di divenire in un prossimo futuro, autarchici.
È interesse di tutti lavorare ad un nuovo ordine monetario mondiale.






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