Che le privatizzazioni servano a fare cassa è una conclusione banale. E’ altresì condiviso che le privatizzazioni possano essere addirittura pericolose se si vende male e se, in assenza di complete liberalizzazioni, monopoli privati semplicemente sostituiscono i monopoli pubblici. Meno approfondita nel dibattito di politica economica è la connessione tra il processo di privatizzazione e quello di riequilibrio delle finanze pubbliche tramite l’abbattimento del debito. Ai fini della sostenibilità di lungo termine delle finanze pubbliche, risulta rilevante non solo il volume degli introiti da privatizzazioni, ma anche il momento in cui si privatizza.

Esiste, in altri termini, un “costo-opportunità” del rinvio delle privatizzazioni derivante principalmente da due fattori: da un lato, l’alta incidenza che il servizio del debito mantiene ancora sul PIL; dall’altro, l’effetto che l’elevato debito pubblico ha sui tassi di interesse che vi maturano. Questo costo-opportunità del rinvio dovrebbe essere più attentamente valutato, accanto al leit motiv che consiglierebbe di rinviare le privatizzazioni fino a quando la borsa non avrà acquisito un nuovo ciclo espansivo. Prendendo a riferimento lo scenario di lungo termine prospettato dal Tesoro nell’aggiornamento del Programma di Stabilità 20031 (“PdS”), si può mostrare che se negli anni ’90 non fossero state effettuate le principali privatizzazioni (con controvalori pari in media a poco più dell’1 per cento del PIL all’anno, tra il 1993 ed il 2000), l’Italia avrebbe raggiunto il livello target del 60 per cento del rapporto debito/PIL con dieci anni di ritardo.

Questo risultato deve far riflettere sui costi del rallentamento che i processi di liberalizzazione e privatizzazione stanno facendo registrare in Italia. La riflessione deve essere tanto più accurata alla luce dei dati ottenibili ricostruendo lo scenario di lungo periodo, sino al 2050, prospettato nel Programma di Stabilità. Tali dati permettono di confrontare direttamente tra loro l’andamento atteso dell’incidenza sul PIL delle spese per il servizio del debito pubblico con quello delle spese per pensioni, sanità, istruzione e indennità di disoccupazione (“spesa sociale”).

Scritto da: Antonio Nicita, Fabio Pammolli e Nicola C. Salerno