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Liberalizzazioni e Regolazione  CERM Op-Eds

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Editoriale n. del 18/08/2006
Calcio e diritti: la mutualità va bene se c'è la concorrenza
Mauro Marè

Il Consiglio dei Ministri ha approvato una nuova legge delega sui diritti TV per il calcio. È un buon passo in avanti, nella giusta direzione. Il passaggio dalla vendita individuale a quella collettiva potrà permettere una migliore e più equa ripartizione delle risorse tra i vari club. Il provvedimento prevede che “[…] almeno metà delle risorse dovrà essere divisa in parti uguali, e le restanti dovranno essere attribuite alla Lega perché a sua volta le redistribuisca in base ai criteri di bacino d'utenza e risultati sportivi. Inoltre, ci sarà una quota da destinare a fini di mutualità generale per il sistema sportivo”. Ciò deve avvenire però senza perdere di vista il vero obiettivo o dimenticare le cause dei veri problemi.

 

Infatti, la vera questione cruciale non era e non è tanto la titolarità dei diritti televisivi da parte delle squadre, anche se si deve riconoscere che negli ultimi anni in Italia essa ha dato cattiva prova e ha contribuito ad aumentare squilibri e iniquità. Si pensi alla differenza di entrate tra le squadre che partecipavano alla Champions League e le altre: un divario di risorse che si autoalimentava e finiva per rafforzare gli squilibri nel campionato italiano. La vera questione è il rafforzamento della concorrenza nell’industria del calcio e l‘individuazione e la fissazione di un criterio di mutualità delle risorse tra le squadre. In primis, di quelle derivanti dai diritti TV e poi anche dalle altre fonti. La mutualità in sé può essere realizzata sia con la vendita individuale sia con la vendita collettiva, anche se prevale negli esperti la convinzione che la seconda agevoli la redistibuzione. Ciò può essere accettato con alcuni caveat.

 

Nel calcio il monopolio non paga, tende ad aver effetti sistemici destabilizzanti. La specificità del calcio è l’interdipendenza tra le diverse squadre; quindi le squadre più forti hanno interesse che il gap con quelle deboli sia contenuto. Il “prodotto calcio” non è la singola partita ma il campionato nel suo insieme, per cui se il grado di monopolio è troppo elevato – i.e. è sicuro che vincano sempre le stesse squadre – si riduce l’interesse per la maggior parte delle partite in calendario; di conseguenza, anche la domanda di eventi televisivi e da stadio, la pubblicità, le sponsorizzazioni, etc.. E’ esattamente ciò che è avvenuto in Italia. Esiste un limite fisiologico per le squadre più forti, oltre il quale si “uccide” il calcio.

 

L’idea di passare a una vendita collettiva dei diritti da parte della Lega potrebbe aiutare in tal senso? Si e no. L’esperienza americana dimostra, infatti, che il vero problema dello sport è il potere di monopolio delle diverse Leghe, il fatto che questi cartelli esercitano in modo spietato un potere di mercato con pratiche anticompetitive. Anche con la vendita individuale dei diritti sarebbe possibile immaginare un meccanismo chiaro e condiviso di redistribuzione delle risorse, che mitighi il potere dei club più forti e aumenti il grado di competitive balance. Si può ritenere che la definizione di un tale meccanismo sia più facile all’interno di una gestione comune da parte della Lega: essa può sfruttare l’azione congiunta con i conseguenti minori problemi di coordinamento e con costi di transazione più bassi; inoltre, essa potrebbe forse estrarre una rendita maggiore dagli operatori televisivi. D’altro canto, però, è possibile, da un lato, che la gestione centralizzata favorisca comportamenti collusivi di gruppi di squadre e, dall’altro, che la maggior rendita non vada a beneficio dei consumatori. In sintesi, ciò che serve è un meccanismo chiaro, trasparente, predefinito e condiviso di distribuzione degli introiti del calcio tra le diverse squadre, che appare poco dipendente dalle modalità di vendita dei diritti calcistici (in maniera collettiva o individuale).

 

O si studiano e si introducono meccanismi di riequilibrio delle forza relativa delle squadre (nessuna deve dominare o stravincere) oppure, oltre alla riduzione delle risorse, vi sarà un’elevata instabilità degli assetti di governo del calcio; il caso italiano non merita altri commenti. In tal senso, strumenti utili, anche se in parte imperfetti, potrebbero essere: un tetto alle risorse spendibili; un monte salari definito per i giocatori di ogni squadra (ad esempio, in relazione al fatturato); dei meccanismi di scelta inversa dei giocatori (del tipo “chi arriva ultimo sceglie per primo”), insieme a formule di redistribuzione più o meno egualitarie.

 

Il riequilibrio della forza relativa delle squadre, la riduzione del grado di monopolio, è l’unica soluzione per preservare l’interesse nel gioco più bello del mondo. Per evitare abusi delle Leghe, è bene che la redistribuzione venga effettuata con ampia trasparenza e con criteri, naturalmente rivedibili, ma decisi prima e noti a tutti. È, allo stesso tempo, opportuno che si regolamenti anche il mercato televisivo legato al calcio nella direzione di una maggiore concorrenza, per evitare concentrazioni distorsive del mercato o abusi di posizione dominante. Lo scandalo di questi mesi è un’occasione unica e irrepetibile per aumentare il grado di concorrenza nel calcio italiano, per renderne trasparenti i meccanismi di funzionamento, per rafforzare la governance e la normativa in materia di conflitti di interesse ed evitare che episodi di tale gravità si possano ripetere in futuro.



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