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Liberalizzazioni e Regolazione
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| Home » Editoriali » Liberalizzazioni e Regolazione » Le sentenze e la fine del calcio: serve uno sciopero dei tifosi |
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Gli Editoriali sono contributi sintetici (1-5 cartelle) ma incisivi che, seguendo quanto più è possibile il tempo reale, commentano i principali temi economico-sociali, diventando anche l'occasione per schematiche ricapitolazioni dei termini del dibattito corrente e per identificare possibili soluzioni di policy. È questa la collana a maggior frequenza di pubblicazione e quella che, meglio delle altre, si presta a presentare ai media le posizioni maturate in CERM e a sollecitare commenti e interventi da parte dei lettori. Gli Editoriali vorrebbero essere una testata economico-sociale-politica online, in prospettiva aperta anche a contributi esterni. Il taglio tenta di rimanere il più possibile divulgativo, senza però perdere di rigore e facendo trasparire, laddove necessario, i fattori di complessità. Gli Editoriali sono utili a volgere in forma più fruibile al grande pubblico singoli aspetti selezionati da Note, Quaderni e Rapporti.
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Editoriale n. del 18/08/2006 Le sentenze e la fine del calcio: serve uno sciopero dei tifosi Se v’erano dubbi, la seconda sentenza li ha completamente dissolti. La questione è molto semplice. O vi sono stati illeciti, e allora le pene dovevano essere adeguate, oppure se non v’erano prove, non si capiscono le punizioni e le sanzioni. Addirittura le squalifiche del campo che colpiscono i tifosi. Non voglio entrare nella sostanza delle sentenze, chè non è il mio campo e non è essenziale per il ragionamento che intendo seguire, ma come si spiegano al comune spettatore differenze di questo rilievo tra l’ufficio indagini e le due sentenze?
Alla fine di tutto, è facile capire chi ne ha beneficiato e chi ha più pagato. Non voglio ragionare da tifoso, si deve resistere, si deve cercare di valutare, per quanto umanamente – rectius, calcisticamente – possibile, con il criterio di Rawls, cioè dietro “un velo di ignoranza”. Non ci si deve far prendere dalla passione calcistica per solevare eccezioni ad hoc. Ahimè, l'Italia resta un Paese nel quale, nella vita economica e politica, così come nel calcio, corruzione e illeciti sono una pratica normale!
Ciò che colpisce sono le parole dei protagonisti sulla stampa o in TV, dove non sono mai comparse espressioni come utenti, spettatori, consumatori, tifosi; parole generate da un sistema che appare ormai una farsa collettiva. Per due mesi si è dibattuto solo di “comprensione”: il “sistema era questo”, le regole erano “implicite”, “tutti sapevano” e via dicendo. Dopo la prima sentenza, il commento generale è stato di eccessiva severità! Un concetto, questo, “interessante”: severità rispetto a che cosa? qual è il metro di paragone? e chi stabilisce il grado di severità?
Nessuno ha speso una parola sulla grande truffa e sui suoi molteplici danni; sul raggiro operato a molte imprese che hanno sponsorizzato il calcio, a chi ha comprato spazi pubblicitari abbinandoli a prodotti contraffatti e a regole falsificate; sui danni arrecati alle stesse TV e alle piattaforme televisive; sui danni, economici e morali, per molti atleti che forse potevano avere un futuro diverso; sui danni per chi ha giocato al totocalcio e agli altri concorsi; sul colpo inferto alle vere "vittime", gli spettatori (chi scrive compreso!), che per anni hanno pagato biglietti, tessere, abbonamenti televisivi, che hanno “speso un sacco del loro tempo libero a logorarsi miserabilmente al freddo” [cit. Nick Hornby, Fever Pitch, 1992] per vedere uno spettacolo truccato.
Possibile che non nasca un movimento di tutela dei consumatori, degli spettatori di calcio, per chiedere un risarcimento, anche simbolico, se non direttamente alle società, alla Lega o alla stessa Federazione? Ad esempio, si potrebbe chiedere di accedere al risarcimento partecipando agli eventi liberamente, nella forma “porte aperte” allo stadio o partite in TV senza scheda.
I commenti alla seconda sentenza sono ancora più spaventosi. Non si poteva “arrecare un danno economico enorme” al calcio italiano; la prima sentenza avrebbe “stravolto interessi economici, equilibri finanziari, contratti sottoscritti, sostenibilità politiche e sociali”. La seconda sentenza, è stato detto, “è più accettabile” o … “menomale, il campionato è salvo”. La verità è che sono saltati senso della misura, decenza civile e umana, percezione della realtà. Il campionato è salvo, ma al prezzo di un colpo direi mortale - a questo punto arrivo a sperarlo! - inferto alla reputazione e alla credibilità del gioco del calcio in Italia.
Un ulteriore negativo esempio è arrivato anche da alcuni sindaci, che per evitare rivolte popolari hanno cavalcato la piazza…. Bravi, continuiamo così, autolesioniamoci! Poi ci si sorprende se un gruppo di tassisti rivoltosi riesce a farla franca!
Propongo uno sciopero degli spettatori, una chiamata alla disubbidienza sportiva, a non sottoscrivere abbonamenti per l’anno in corso; oppure, se non si riesce a resistere al richiamo del football, a non andare allo stadio o a spengere la TV almeno qualche domenica, tutti insieme. A dedicare questa domenica non all’osservazione passiva di una partita, ma al gioco attivo del calcio, correndo, facendo del moto, che è una forma più sana di vivere il calcio e un antidoto potentissimo e salutare al “logorarsi al freddo”. Oppure uno stop per un periodo, come è avvenuto negli USA (anche se lì per ragioni diverse), per sollecitare a riscrivere le regole e a ripartire da una base sana e credibile.
Ricerche empiriche serie hanno mostrato che la golden rule per i tifosi non è la fedeltà assoluta "alla maglia" (come tutti noi facciamo), ma l’incostanza: “fans have a larger stake in determining the quality of their team, not beying loyal, but being fickle” [J. Quirk-R. Fort, Hard Ball,1999]. La fedeltà “non paga”, dà incentivi erronei alla proprietà e alle squadre. Se le cose vanno male, gli spettatori dovrebbero lanciare messaggi detrminati ed inequivocabili. Solo così, come avviene in tutte le altre sfere economiche ed aziendali, è possibile che la minaccia del fallimento operi un’azione di selezione salutare.
Violenza negli stadi, impianti vecchi e scomodi, orari assurdi, concorrenza senza regole tra le TV, risultati scontati e assenza di un vera competitive balance hanno già fatto allontanare molti spettatori dagli eventi calcistici. Questa sentenza può essere il colpo mortale per il calcio italiano. Servono uomini nuovi, criteri di governance robusti, una normativa sui conflitti di interesse seria e credibile, forme di trasparenza finora sconosciute, per arginare il danno alla credibilità del calcio e il possibile definitivo allontanamento dei tifosi.
Poteva essere un’occasione formidabile per voltare pagina, fare chiarezza e recuperare la credibilità e la "gioia" dello sport. Invece … VIVA L'ITALIA! |
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