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Finanza Pubblica e Riforme
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| Home » Editoriali » Finanza Pubblica e Riforme » Cinque punti cardine per l'agenda di politica economica sanitaria |
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Gli Editoriali sono contributi sintetici (1-5 cartelle) ma incisivi che, seguendo quanto più è possibile il tempo reale, commentano i principali temi economico-sociali, diventando anche l'occasione per schematiche ricapitolazioni dei termini del dibattito corrente e per identificare possibili soluzioni di policy. È questa la collana a maggior frequenza di pubblicazione e quella che, meglio delle altre, si presta a presentare ai media le posizioni maturate in CERM e a sollecitare commenti e interventi da parte dei lettori. Gli Editoriali vorrebbero essere una testata economico-sociale-politica online, in prospettiva aperta anche a contributi esterni. Il taglio tenta di rimanere il più possibile divulgativo, senza però perdere di rigore e facendo trasparire, laddove necessario, i fattori di complessità. Gli Editoriali sono utili a volgere in forma più fruibile al grande pubblico singoli aspetti selezionati da Note, Quaderni e Rapporti.
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Editoriale n. del 06/06/2006 Cinque punti cardine per l'agenda di politica economica sanitaria cinque punti su cui prendere subito posizione, per impirmere la "rotta" alla neonata Legislatura Il primo passo è compiuto. Il Governo ha confermato l’”esecutività” dell’articolo della Finanziaria-2006 che attiva, anche in via automatica, incrementi delle aliquote IRE-IRAP nelle Regioni che devono coprire la sovraspesa sanitaria dell’anno prima. Le riforme sanitarie non possono, però, risolversi solo in questo, perché altrimenti si persevera nell’errore, endemico nelle nostre aspirazioni federaliste, di intervenire soltanto su un piano finanziario, trascurando completamente il coordinamento delle politiche settoriali reali. L’agenda di politica economica sanitaria per la Legislatura entrante è ampia, ma sembrano cinque i suoi punti cardine.
Deve trovare una sistemazione strutturale e trasparente il confronto Stato-Regioni, considerando che il suo obiettivo è duplice: sia la sostenibilità finanziaria di lungo termine sia l’effettività dei livelli essenziali di assistenza (un principio costituzionale). E’ necessario costruire una base di efficienza condivisa tra le Regioni, senza la quale persino l’adeguatezza del Fondo Sanitario Nazionale (e dei flussi redistributivi impliciti nella sua suddivisione) è difficilmente valutabile e si può trasformare in una scusante per gli sfondamenti di spesa. Questo implica che in un qualche luogo istituzionale (la Conferenza Stato-Regioni? il Senato Federale?) si concertino annualmente delle policy guidelines sanitarie cui le Regioni devono ispirarsi per i processi di riforma. E’ questa la nuova veste coordinata e programmatica che deve assumere il Patto di Stabilità Interno (molto più vicino al Patto di Stabilità e Crescita UE che alla “griglia” di vincoli attualmente in vigore). In ogni Regione, l’elettore deve sapere che, se le sue IRE e IRAP aumentano, è perché il politico che lui ha eletto ha scelto di non attenersi alle guidelines. In questo modo, la responsabilizzazione finanziaria agisce in senso positivo e non rischia di essere fraintesa con una “imposizione dall’alto”.
Uno dei primi punti di discussione nel confronto Stato-Regioni è quello della responsabilizzazione individuale. La sua importanza risulta evidente dalla profonda differenziazione interregionale nei disavanzi sanitari-farmaceutici e nelle di dinamiche delle quantità consumate. Una buona parte del giudizio di affidabilità che le Regioni svilupperanno le une sulle altre dipenderà, quindi, dalla capacità di incentivare i consumi efficienti. Lo strumento più adatto, a tal fine, è quello del copayment, con esenzioni ed abbattimenti per tener conto delle condizioni sanitarie soggettive e dei livelli di reddito. Una proposta su cui tornare a riflettere potrebbe essere quella di adottare uno schema di copayment omogeneo nazionale su tutte le prestazioni sanitarie e farmaceutiche a carico del SSN, cui le Regioni possono derogare presentando programmi alternativi finanziariamente sostenibili. La farmaceutica fornisce un esempio paradigmatico dell’importanza della regolazione dei consumi: (a) dal 2000 al 2004 le quantità pro-capite dei farmaci rimborsabili (misurate in ddd) sono aumentate del 35 per cento, con quasi il 90 per cento degli sfondamenti di spesa concentrati in quattro Regioni; (b) l’applicazione di un copay percentuale del prezzo mediamente pari al 10-11 per cento (un livello nella media di numerosi Paesi OECD e con possibilità di modulazione) avrebbe garantito (in equilibrio statico, cioè senza considerare le variazioni efficienti indotte nel paniere di consumo) il rispetto dei programmi di spesa (fonte Quaderno CERM n. 3-06 in pubblicazione) [1].
Significativi miglioramenti di efficienza esistono nel comparto farmaceutico. In luogo dei ripetuti abbattimenti generalizzati dei prezzi, il contenimento della spesa dovrebbe fondarsi sulla premiazione dei comportamenti virtuosi. In quest’ottica, la completa liberalizzazione degli esercizi farmaceutici (da più di un decennio richiesta dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) e la promozione dei farmaci equivalenti economici (anch’essa oggetto di segnalazioni dell’AGCM; l’Italia ha una delle più basse penetrazioni di farmaci generici tra i Partner UE) sono i due passi più importanti. Se la distribuzione fosse completamente liberalizzata (non opponendo più nessun “collo di bottiglia”), il coordinamento Stato-Regioni sulla responsabilizzazione della domanda (copayment e reference pricing) si tradurrebbe tout court in impulsi ai produttori a competere à la Bertrand (con conseguente diffusione delle copie economiche) o a competere nelle varietà di packaging (con conseguente diversificazione dell’offerta per un consumo ottimale; l’Italia è tra i Partner UE con l’offerta meno diversificata nel packaging). Le risorse “fresche” liberate grazie agli incrementi di efficienza diverrebbero anche una naturale fonte di finanziamento per la R&S e l’innovazione, in sostituzione degli strumenti amministrativi e burocratici da qualche anno allo studio (il fondo per il premium price, finanziato annualmente come posta del bilancio dello Stato e ripartito in base a parametri aziendali). [2]
E’ necessario, inoltre, pervenire ad una definizione chiara ed operativa dei livelli essenziali di assistenza (LEA), cioè di quei gruppi di prestazioni che devono essere garantite in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale e per la maggior parte del costo (a meno dell’eventuale copay) a carico del SSN. Ad oggi, quasi tutto quello che il SSN fa rientra nei LEA, perché è mancata una fase di adeguata selezione delle prestazioni, in base alla loro rilevanza socio-sanitaria, e di coordinamento delle stesse con le possibilità di spesa [3]. Identificare concretamente le prestazioni che possono essere prese a carico dal SSN è, invece, il primo passo per poter valutare la sostenibilità del sistema sul piano finanziario e la sua adeguatezza/equità sul piano sociale. Inoltre, il perimetro dei LEA non è indipendente dagli schemi di copayment scelti e coordinati tra Stato e Regioni; infatti, quanto più il consumo è efficiente, tanto più ampio può essere il gruppo delle prestazioni che il SSN è in grado di finanziare in equilibrio. Efficienza ed equità si sostengono a vicenda.
Da ultimo, lo sviluppo dei pilastri privati, sia collettivi (i fondi) che individuali (le polizza assicurative). La loro importanza è stata rimarcata anche nella Relazione del Governatore Draghi, come strumenti indispensabili per incentivare e organizzare il risparmio di lungo termine per finalità meritorie, garantendogli una fiscalità agevolata. L’Italia è ai vertici della classifica OECD per incremento dell’incidenza sul PIL della spesa sanitaria e farmaceutica privata; e a differenza dei maggiori Partner, la quasi totalità della spesa ha la forma di pagamenti diretti dei cittadini a valere sui loro redditi disponibili, con effetti distributivi potenzialmente incontrollabili [4]. Lo sviluppo dei pilastri privati agevolati sarebbe uno strumento di policy in più per bilanciare i due obiettivi della sostenibilità finanziaria e dell’adeguatezza/equità. A questo proposito, è da valutare la possibilità di far convergere in un unico strumento finanziario il fondo sanitario e quello pensionistico (per il quale il quadro giuridico e organizzativo è al momento più completo). Se ne potrebbero ottenere alcuni vantaggi: (a) la “congiunzione” dei due beni (sanità e pensioni) e la possibilità di offrire coperture sanitarie collettive limiterebbero l’effetto di adverse selection; (b) inoltre, si creerebbe una endogena responsabilizzazione nei confronti del consumo di prestazioni sanitarie, se le risorse non adoperate per la sanità si accumulassero direttamente a formare i benefici per la pensione, riducendo così la possibilità di moral hazard [5]; (c) infine, la presenza di copertura sanitaria per la quiescenza potrebbe permettere maggior flessibilità nelle proporzioni con cui oggi si può suddividere in rendita/una tantum il montante maturato nei fondi pensione. Una presa di posizione del Governo, in tempi rapidi, sui cinque precedenti punti segnalerebbe quale "rotta" vorrà seguire la neonata Legislatura.
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