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Finanza Pubblica e Riforme  CERM Op-Eds

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Editoriale n. 6-2009 del 25/05/2009
Cuneo contributivo e contrattazione rigida del lavoro: quanto ci son costate e quanto peseranno sulla ripresa?
Dal dati del “Taxing wages - 2008” dell’Ocse uno sprono a riformare contrattazione del costo del lavoro, pensioni e welfare
Fabio Pammolli
Nicola C. Salerno
Ha destato stupore che il ”Taxing wages - 2008” dell’Ocse posizioni l’Italia sotto Grecia e Spagna per quanto riguarda i redditi netti da lavoro dipendente. In realtà, si tratta di un posizionamento che va al di là del confronto con Grecia e Spagna, se si pensa che l’Italia mostra livelli di costo del lavoro e di retribuzione netta significativamente inferiori rispetto alle medie Ocse e UE (sia per single che per sposati e con carichi familiari). Nel panorama internazionale, l’Italia si distingue per una combinazione quasi unica: basso costo del lavoro, alto cuneo fiscale (all’origine delle basse retribuzioni nette), e alta quota del cuneo attribuibile alla contribuzione pensionistica.
L’Italia è al sesto posto su trenta per livello del cuneo relativo a single senza carichi familiari e con reddito da lavoro corrispondente a quello medio; ma i cinque Paesi che la precedono hanno costi del lavoro molto più elevati: si va dal +28,3% della Francia, al +54,2 della Germania. Inoltre, dei Paesi ad elevato costo del lavoro ed elevato cuneo, soltanto Francia ed Austria mostrano una quota del cuneo riconducibile a contribuzioni sociali superiore a quella italiana. Il 67,7% dell’Italia è di quasi 6 p.p. superiore alla media Ocse. E quasi l’80% di questa quota è composta da contribuzioni pensionistiche.
L’analisi non cambia nella sua sostanza se si passa ad esaminare altre figure di lavoratore dipendente, con o senza figli, single o sposato, tenendo conto anche delle deduzioni/detrazioni spettanti per carichi familiari. Ad esempio, l’Italia è al settimo posto per livello del cuneo relativo ad un lavoratore sposato, con due figli, con reddito da lavoro corrispondente a quello medio, e con reddito da lavoro del coniuge corrispondente al 67% di quello medio. Anche in questo caso, cinque dei sei Paesi che precedono l’Italia hanno un costo del lavoro significativamente al di sopra di quello italiano. È utile sottolineare la posizione del Regno Unito e degli Stati Uniti, che hanno cunei bassi, addirittura i più bassi in assoluto nel caso di lavoratore sposato, con due figli e un solo reddito in famiglia allineato al livello medio, mentre compaiono al di sopra dell’Italia nella classifica di costo del lavoro (+42,1% il regno Unito, +10,2% gli Stati Uniti).
Qualunque figura di lavoratore si scelga, la situazione dell’Italia appare, soprattutto se comparata a quella dei principali Partner UE (il nucleo dell’UE a 15), un unicum:  basso costo del lavoro e alto cuneo, in una relazione strettissima che non si realizza altrove. Inoltre, se si pensa che in Italia le agevolazioni per carichi familiari passano principalmente per sgravi dell’imposizione diretta, la quota del cuneo riconducibile a contribuzione pensionistica per i lavoratori sposati e con figli diviene superiore all’80% (il livello per il single). Di conseguenza, l’unicum diviene: basso costo del lavoro, alto cuneo, e alta quota del cuneo occupata da contributi pensionistici (i.e. alto cuneo contributivo per pensioni).
Adesso, più che meravigliarsi delle “classifiche”, è necessario domandarsi quali sono i fondamentali che generano questa singolare posizione dell’Italia. Il costo del lavoro è basso, ma il suo livello trova ragione nella produttività. Dal 2002, il Pil pro-capite italiano, in parità di potere d’acquisto (“ppp”), ha iniziato una fase di rapido arretramento rispetto all’UE-15. Se nel 2002 il gap era del 2,15%, nel 2008 è diventato di oltre il 10%. Tra il 1995 e il 2008, il Pil pro-capite in ppp dell’Ue-15 è aumentato del 63%, mentre in Italia del 40,7. Fatta 100 la produttività reale del lavoro per occupato nel 2000, nel 2008 il dato italiano si è ridotto a 97,3, contro il 106,5 dell’UE-15, il 122,9 della Grecia, il 102,3 della Spagna, e valori tutti significativamente superiori a 100 per i principali Partner UE e per gli Stati Uniti. Tra il 2000 e il 2008, rispetto alla media UE-15, la produttività italiana ha perso 9,2 p.p.. Ed infatti, una dinamica inversa si riscontra per il costo del lavoro per unità di prodotto (un altro modo di guardare alla produttività). Fatto 100 il valore del 2000, in Italia il costo del lavoro per unità di output è costantemente aumentato sino a 102,3 nel 2008. Tutti in riduzione, invece, i valori di UE-27, UE-15, dell’Area Euro, e di tutti i principali Partner (Germania, Grecia, Spagna, Francia, Portogallo, Regno Unito).
La bassa e declinante produttività trascina verso il basso il costo del lavoro. Sul livello e sulla dinamica della produttività incidono diversi fattori, interrelati tra loro e spesso con causalità multipla. In questo caso, appare utile sottolineare due caratteristiche che riguardano direttamente il costo del lavoro: da un lato, la sua modalità di contrattazione, più o meno decentrata, più o meno flessibile; dall’altra, la sua composizione interna.
In Italia il costo del lavoro ha una bassissima variabilità territoriale. In termini di costo orario per un dipendente full-time equivalent, il massimo differenziale territoriale che si registra in Italia è del 23,8%, contro il 75,5% della Germania (il valore più elevato), e una media UE del 43,0%. Il distacco è confermato dai dati di costo del lavoro annuo. Se si considerano le ripartizioni territoriali utilizzate dall’Eurostat, il costo del lavoro italiano ha un coefficiente di variazione (scarto quadratico medio rapportato al valor medio) dell’8,4%, contro il quasi 19 del Portogallo, il 18,4 della Germania, l’oltre 17 della Grecia, il 15,5 della Francia, il quasi 14 della Spagna. Grecia e Spagna, i due Paesi che ha destato stupore veder precedere l’Italia in termini di reddito netto da lavoro, hanno una variabilità doppia rispetto a quella italiana.
Ma perché questo dato è di particolare rilevanza per l’Italia. Tra il 1995 e il 2006, il gap tra Pil pro-capite del Sud e quello del Nord-Ovest è passato da 70 a 56 p.p.. Un po’ meno evidenti, ma altrettanto pronunciati, i gap verso il Nord Est e il Centro. È andata un po’ meglio alle Isole, che però si collocano molto più vicino al Sud che al resto del Paese. Questa spaccatura nella produttività si è mantenuta in un contesto di generale perdita di competitività dell’Italia rispetto all’Europa, se si considera che anche il Pil pro-capite del Nord-Ovest, misurato in ppp, ha perso 25,2 p.p. rispetto alla media UE-27. A questa differenza di produttività si aggiunge anche quella nel costo della vita. Non esistono indici assoluti del livello del costo della vita per area geografica ma, se si fa riferimento a quanto emerso nel recente lavoro dell’Istat “La misura della povertà assoluta”, il valore monetario mensile del paniere alimentare individuale (una combinazione di beni necessari, a consumo rigido o quasi rigido) è, nel Sud e Isole, inferiore di circa il 15% rispetto al Nord; mentre il costo mensile medio al metro quadro per l’affitto di abitazione principale non di lusso è inferiore, nella media delle varie superfici, del 35-30%. Anche se non esaustive, queste misure offrono un’idea della differenziazione territoriale del costo della vita.
Livelli poco differenziati del costo lavoro, a fronte di così acute differenze di produttività e costo della vita, scoraggiano investimenti, localizzazioni produttive e occupazione. Si remunerano a livelli pressoché omogenei fattori produttivi che hanno rendimenti molto diversi e che, oltretutto, si collocano in contesti dove il potere di acquisto delle remunerazioni è altrettanto diverso.
La poca flessibilità del costo del lavoro certamente pesa sui dati del tasso di occupazione, con il Sud e Isole staccati di circa 25 p.p. rispetto al Nord-Ovest e al Nord-Est per quanto riguarda le donne nella fascia di età 15-64 anni, e di oltre 13 p.p. per quanto riguarda gli uomini. Questo gap occupazionale si mantiene inalterato da sempre e, anzi, negli ultimi anni è andato aggravandosi. Il gap occupazionale che l’Italia ha rispetto all’Europa si spiega soprattutto alla luce di quanto accade nel Sud e Isole, se si pensa che nel 2007 (ultimo anno disponibile per lo spaccato territoriale) il Nord-Ovest e il Nord-Est mostravano tassi di occupazione del 75,4 e del 77,5% per gli uomini, e del 56,4 e del 57,5% per le donne, contro medie UE-15 rispettivamente del 73,7 e del 60,5% (dati dell’ultimo trimestre 2008).
Ma la poca flessibilità, scoraggiando gli investimenti delle imprese, incide in maniera diretta e negativa anche sulla produttività del capitale umano e sulla produttività totale dei fattori. L’omogeneità del costo del lavoro impedisce che si consolidi quel processo dinamico di crescita degli insediamenti produttivi, dell’occupazione e della produttività, che è alla base della creazione del valore aggiunto e della possibilità di innalzare il costo del lavoro a carico del datore per riconoscere remunerazioni più elevate.
Agli effetti della poca differenziazione territoriale del costo del lavoro si sommano quelli dell’elevato cuneo che, per quello che si è descritto, in Italia è soprattutto composto da contribuzioni al sistema pensionistico pubblico, a carico sia del lavoratore che del datore di lavoro. L’elevato cuneo contributivo ha una duplice conseguenza: una statica e una dinamica. Quella statica trasforma un già basso costo del lavoro in una ancora più bassa retribuzione netta. Quella dinamica, soprattutto in una società che invecchia e in cui gli indici di dipendenza si deteriorano, riproduce gli stessi effetti di un’elevata pressione fiscale, che disincentiva l’offerta e la domanda di lavoro, scoraggia la valorizzazione del capitale umano, deprime la produttività[1], e consolida quel circuito vizioso in cui ad una bassa produttività corrispondono basse retribuzioni e sottoccupazione.
È vero, ci sono Paesi che hanno un cuneo superiore a quello italiano; ma, come si è visto, si tratta di Paesi che contemporaneamente hanno un costo del lavoro significativamente più elevato, sorretto da una produttività più elevata. La differenza è nella composizione del cuneo, che in Italia è riconducibile per una quota preponderante a contribuzioni al sistema pensionistico pubblico. Qui da noi le contribuzioni finanziano un welfare system squilibrato, concentrato sulle pensioni[2] e povero di quegli istituti, a tutela dell’individuo e della famiglia durante tutto il corso della vita, che sono fondamentali per promuovere l’inclusione sociale, la partecipazione al mercato del lavoro, l’occupabilità, il rinnovamento del capitale umano, la crescita. Questi istituti, che hanno, a differenza delle pensioni, una finalità intrinsecamente redistributiva, dipendono in maniera cruciale dal concorso della collettività, dalla ripartizione su tutti, e non riescono a trovare fonti strutturali di finanziamento proprio a causa del sovraccarico di ripartizione a finalità pensionistica. È un punto di qualità della spesa pubblica[3], in cui si incrociano le capacità del welfare system di promuovere nel contempo equità e sviluppo.
I dati presentati, con i rispettivi gap interni ed internazionali, fanno comprendere quanto, negli ultimi 10-15 anni, la rigidità degli schemi di contrattazione del costo del lavoro e la mancata riforma delle pensioni e del welfare abbiano pesato sulle potenzialità di crescita del Paese. C’è poco da meravigliarsi delle classifiche dell’Ocse, perché la posizione dell’Italia dipende da come le dinamiche di produttività e costo del lavoro si sono andate mutualmente influenzando in negativo, stabilendo un equilibrio di sottosviluppo, in cui non solo i redditi sono compressi verso il basso, ma sono destinate a rimanere limitate anche le risorse investibili nel welfare system.
Questi stessi fattori inevitabilmente peseranno, nei prossimi 2-3 anni, sulla capacità di ripresa dalla crisi e di rientro su un sentiero duraturo di crescita. C’è il rischio che, al  2009 con Pil in forte arretramento e al 2010 ancora negativo, faccia seguito un periodo di stagnazione o di crescita insufficiente a recuperare, in tempi rapidi, i livelli pre crisi. L’essenzialità di un rapido “risveglio“ diviene lampante se si riflette che, tra il 2008 e il 2010, mancheranno poco meno dei punti di Pil normalmente dedicati a finanziamento della spesa sanitaria pubblica (il Ssn).
I dati del “Taxing wages -2008” dell’Ocse dimostrano quanto sia importante adesso, superata la fase delle risposte più urgenti e meno progettabili alla crisi, procedere con interventi strutturali e, in particolare, riformare la contrattazione del costo del lavoro verso schemi più flessibili in grado di tener conto della produttività e del costo della vita, e riformare le pensioni verso un assetto multipilastro che permetta, nel contempo, di ridurre il cuneo sul lavoro e di riallocare le risorse pubbliche a finanziamento di un welfare system diversificato e motore di equità e sviluppo[4].


[1] Ogni qualvolta percentuali troppo elevate dei redditi prodotti anno per anno sono sottratte alla piena appropriabilità, per finanziare prestazioni che, per varie ragioni, possono non essere pienamente appropriabili e avere controvalori incerti lungo il ciclo di vita, si generano effetti disincentivanti che deprimono l’occupazione e la produttività/produzione. Così avviene quando si fa un eccessivo ricorso alla ripartizione (al pay-as-you-go) per finanziare le pensioni: a fronte di oneri attuali sottratti alla piena disponibilità, le prestazioni sono dilazionate nel tempo e valutate al tasso di sconto soggettivo, maturano a tassi di rendimento che possono essere giudicati insufficienti, possono non essere perfettamente appropriabili qualora le regole pensionistiche si discostassero dalla neutralità attuariale e contenessero flussi redistributivi. Ma così avviene anche quando si ricorre in maniera sproporzionata alla ripartizione sugli attivi (ovvero alla pressione fiscale-contributiva) per il finanziamento di tutte le altre prestazioni del welfare, dalla sanità agli altri istituti di assicurazione e redistribuzione-assistenza. La ripartizione sugli attivi, tramite il prelievo fiscale e, nel caso delle pensioni, soprattutto contributivo, ha una scala, una soglia critica di funzionamento.
[2] Sul punto cfr. Pammolli F. e N. C. Salerno (2008), “Sostenibilità e adeguatezza del modello di welfare - società ed economia camminano e il welfare resta fermo”, Nota CERM n. 1-2008.

[3] Sul punto cfr. Pammolli F. e N. C. Salerno (2009), “Riformare le pensioni per riorganizzare il welfare”, Editoriale CERM n. 2-2009.

[4] Sul punto cfr. Pammolli F. (2008), “Quel cuneo che frena il lavoro”, editoriale su Il Sole 24 Ore del 2 Aprile 2008.



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