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Gli Editoriali sono contributi sintetici (1-5 cartelle) ma incisivi che, seguendo quanto più è possibile il tempo reale, commentano i principali temi economico-sociali, diventando anche l'occasione per schematiche ricapitolazioni dei termini del dibattito corrente e per identificare possibili soluzioni di policy. È questa la collana a maggior frequenza di pubblicazione e quella che, meglio delle altre, si presta a presentare ai media le posizioni maturate in CERM e a sollecitare commenti e interventi da parte dei lettori. Gli Editoriali vorrebbero essere una testata economico-sociale-politica online, in prospettiva aperta anche a contributi esterni. Il taglio tenta di rimanere il più possibile divulgativo, senza però perdere di rigore e facendo trasparire, laddove necessario, i fattori di complessità. Gli Editoriali sono utili a volgere in forma più fruibile al grande pubblico singoli aspetti selezionati da Note, Quaderni e Rapporti.
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Editoriale n. 14-2008 del 24/11/2008 Le debolezze strutturali dell'Italia aumentano la portata negativa del ciclo. Il timore di una vera e propria ondata deflazionistica è remoto, mentre serve una reazione immediata per stimolare la domanda e avviare le riforme strutturali Proposta CERM: detassazione selettiva delle tredicesime e liberalizzazione completa degli sconti di stagione; più un programma di apertura dei mercati, di decentralizzazione della contrattazione del lavoro e di public procurement competitivo Fabio Pammolli Nicola C. Salerno In questa settimana il Governo annuncerà ufficialmente le misure anti-crisi. Il pacchetto dovrebbe contamplare quattro parti: famiglie, lavoratori, imprese, infrastrutture.Per le famiglie meno abbienti, dovrebbe arrivare una erogazione cash di cui non sono ancora stati precisati i tempi e modalità. Una misura che dovrebbe essere completata da tariffe sociali agevolate sull’energia elettrica, da una riduzione temporanea dell’accisa sui carburanti per autotrazione, da un protocollo di intesa con le banche per calmierare, con l’ausilio di fondo di garanzia ad hoc presso la Cassa Depositi e Prestiti, gli interessi sui mutui.Per i lavoratori, le anticipazioni parlano di una proroga, con rafforzamento e possibile estensione al comparto pubblico, della detassazione degli straordinari e dei premi individuali. Questo intervento, se confermato, risulterebbe piuttosto debole, non solo perché nella fase di ciclo in cui l’economia è entrata è difficile pensare ad un ricorso a prestazioni straordinarie, ma anche perché non si riscontrano ancora le condizioni necessarie per una contrattazione della produttività individuale all’interno del lavoro pubblico. Le mosse più significative sono quelle attese sugli ammortizzatori, con il rifinanziamento del fondo per gli ammortizzatori sociali, e l’estensione in deroga degli stessi ammortizzatori sociali ai contratti atipici e flessibili. Ma si attende di conoscere i dettagli operativi e soprattutto gli importi.Per le imprese, si punta ad un alleggerimento fiscale, principalmente con una deducibilità (10-15 per cento) dell’IRAP dalla base imponibile IRES, e una riduzione degli obblighi di acconto di imposta (quest’ultima di impatto solo sui flussi di cassa).Infine, per quanto riguarda le grandi opere infrastrutturali, sono ribaditi gli impegni già assunti su più fronti, per la maggior parte riferibili a cantieri aperti da più legislature. L’annuncio di una velocizzazione delle procedure e degli stanziamenti cash può produrre un effetto positivo e di rilievo, a cominciare dall’utilizzo del FAS, il fondo per le aree sottoutilizzate.
Al di là dello specifico mix anti-crisi che sarà messo a punto, è importante che si colga questa occasione per affermare con chiarezza e scandire due piani distinti, con un passaggio che appare essenziale nella criticità del momento: da un lato, il piano delle scelte di impatto immediato sul lato della domanda e più facili da realizzare dal punto di vista amministrativo-burocratico; dall’altro, il piano degli interventi strutturali, con l’annuncio e i primi passi concreti di riforme che, per la loro portata, non possono compiersi seduta stante, e per le quali si può solo auspicare che vengano instradate bene, per poi essere proseguite a partire dal 2009.
Serve una reazione rapida che trasmetta, da subito, un impulso alla domanda. Dopo mesi, tra la fine del 2007 e il 2008, in cui si riconoscevano, in Italia come negli altri Paesi industrializzati, i tratti delle fasi di stagflazione, adesso la crisi ha assunto le forme tipiche della stagnazione keynesiana, in Italia aggravate, rispetto al contesto internazionale, dal processo di generale impoverimento che da tempo continua a colpire la maggior parte delle famiglie, come testimoniato dal recente rapporto “Growing unequal? Income distribution and poverty in OECD countries” dell’OCSE.
Il lato debole e vincolato del mercato è, adesso più che mai, quello delle famiglie, che non riescono ad esprimere sufficiente domanda per beni e servizi, inducendo la catena di riduzione delle vendite, della produzione e dei programmi di attività che appare con chiarezza nei dati dell’ISTAT. Per questa ragione, l’azione di governo dovrebbe concentrare le risorse anti-crisi sul sostegno dei redditi delle famiglie e sulla promozione della flessibilità dell’offerta al dettaglio. Un mix di detassazione selettiva delle tredicesime e liberalizzazione completa dei saldi di stagione avrebbe numerosi aspetti positivi, che si vanno sinteticamente a descrivere. Ma prima è utile ripercorre le principali grandezze dell’attuale congiuntura, della quale i nodi strutturali irrisolti dell’economia italiana stanno amplificando l’ampiezza e, probabilmente, anche la durata. Vediamo perché.
Abbiamo di fronte una fase di ciclo negativo di portata storica. Nel terzo trimestre del 2008, il PIL italiano ha registrato una caduta tendenziale di quasi -0,9 per cento ed una congiunturale di oltre mezzo punto percentuale. Una simile combinazione non accadeva almeno dal 1982 (la massima estensione della serie disponibile nel database pubblico dell’ISTAT), ma si parla addirittura della combinazione peggiore dal Dopoguerra. Una performance significativamente al di sotto della media dell’Area Euro e dell’UE-17, che nel terzo trimestre hanno segnato rispettivamente un tendenziale di +0,7 e +0,8 per cento, e un congiunturale di -0,2 per cento. Anche gli Stati Uniti, il Paese dove la crisi finanziaria è divampata, fanno meglio, con un tendenziale di +0,8 per cento e un congiunturale di -0,1 per cento. Per i prossimi mesi le attese sono pesanti. L’indicatore anticipatore dell’OCSE prevede un forte rallentamento per l’Area Euro, gli Stati Uniti e tutta l’area OCSE, e per la prima volta anche una inversione del ciclo per Cina, India e Russia, Paesi che negli ultimi anni sono cresciuti a ritmi sostenuti e che adesso faranno mancare il loro sostegno alla domanda internazionale. Per l’Italia, la caduta dell’indicatore OCSE è la più brusca: da un valor medio prossimo a 100 punti tra il 1997 e il 2007, si è passati tra la fine del 2007 ad oggi sotto i 92. Contemporaneamente, dall’indagine sui consumatori condotta periodicamente dall’OCSE (cfr. OECD.Stat.Extracts) emerge che le aspettative sulla situazione economica complessiva nel prossimo anno non sono mai state così basse in Italia e in Area Euro da circa quindici anni, dalla crisi del Sistema Monetario Europeo.
Anche le Previsioni di Autunno della Commissione tratteggiano un quadro preoccupante: con una crescita nulla nel 2008 e nel 2009, seguita da una ripresa di 0,6 punti percentuali nel 2010, il nostro è tra i Partner con le prospettive peggiori, se si considera che nella media dell’Area Euro i tassi previsti sono rispettivamente del +1,2,+0,1 e +0,9.
Il più forte impatto del ciclo si spiega, per l’Italia, partendo “da lontano”, da una economia che ormai da tanto tempo cresce meno dei Partner UE e degli Stati Uniti. Se si analizzano i dati di produttività per occupato tra il 1995 e il 2007, la crescita più bassa in Europa è quella della Spagna, con un -4,8 per cento che però deriva dall’ingente ampliamento della base occupazionale, +65,7 per cento, che lì sono riusciti ad ottenere. La performance peggiore è proprio quella dell'Italia, con un misero +2,2 per cento "aiutato" oltretutto dai bassi livelli occupazionali. Gli altri Partner UE-15 hanno visto crescite della produttività comprese tra il +11,6 dell'Olanda e il +50,6 del Lussemburgo. L'Irlanda ha segnato un +39,6, la Grecia un +35, il Regno Unito un +28,5, l'Austria un +21,5, il Portogallo un +17,3, la Germania un +11,8.
Tra il 1995 e il 2007, l’Italia ha incrementato la sua base occupazionale del 16,4 per cento l'Italia, collocandosi nella media degli incrementi fatti registrare dai Partner UE-15, escludendo gli outperformer Irlanda e Spagna. Ma questi ritmi sono tutt’altro che sufficienti al nostro Paese a riallienarsi con l'Europa né, tantomeno, a puntare ai target di "Lisbona-Stoccolma", da considerarsi ormai irrealizzabili per il 2010. In ambito OCSE precediamo soltanto Turchia, Messico e Polonia per tasso di occupazione nella fascia di età 25-54 anni: 73,3 per cento contro il 78,6 dell’UE-15, il 79,8 degli Stati Uniti, l’81,2 del Regno Unito, e valori superiori all’80 per cento per Svezia, Danimarca e Cina. Nel secondo trimestre del 2008 (ultimi dati di fonte EUROSTAT), il tasso di occupazione nella fascia di età 15-64 si è attestato al 59,2 per cento per l’Italia, contro il 66,3 dell’Area Euro e il 66 dell’UE-27.
Sullo sfondo di questa condizione di acquista incapacità a crescere, il ciclo internazionale trova fattori detonanti. Gli ultimi dati ISTAT fotografano impietosamente un Paese che si sta addormentando, con famiglie che non hanno redditi sufficienti per i consumi e imprese che riducono la produzione e i programmi di attività. Oltre al già citato dato sul PIL del terzo trimestre 2008:
1) A Settembre, il tasso di crescita tendenziale della produzione industriale è stato negativo per -0,4 per cento sui dati grezzi, e per -5,7 per cento sui dati corretti per i giorni lavorativi. Dal 1990 ad oggi, soltanto in altre due circostanze il tendenziale ha fatto registrare valori così negativi: a Dicembre 1996 e a Dicembre 2001. Nel complesso dei primi nove mesi dell’anno, il tendenziale (Gennaio-Settembre 08 sull’equivalente periodo 07) è stato negativo per -2,0 per cento sui dati grezzi, e per -2,3 sui dati corretti per i giorni lavorativi. Negativo anche il dato congiunturale su serie destagionalizzata: tra Agosto e Settembre, - 2,1 per cento. Dal 1990, soltanto a Dicembre 1998 il calo mese/mese è stato più intenso.
2) Ad Agosto (ultimi dati disponibili), prima ancora che la crisi internazionale si palesasse in tutta la sua magnitudo, l’interscambio commerciale internazionale dell’Italia ha subito un vero e proprio crollo. Agosto 2008 su Agosto 2007 (il tendenziale di Agosto), i volumi delle esportazioni sono diminuiti del 15,2 per cento, mentre quelli delle importazioni del 14,8 per cento. Il tendenziale dei primi otto mesi (Gennaio-Agosto 2008 sull’equivalente periodo del 2007) è stato di -1,1 per cento per le esportazioni e di -4,4 per le importazioni. Nei dati si avverte un processo di generale impoverimento che rischia di allontanare il Paese dai flussi commerciali internazionali, sia in export che in import, con una riduzione del livello di attività economica e del benessere dei cittadini. Nell’immediato, preoccupano sia la caduta della domanda dall’Estero sia quella delle importazioni di beni strumentali allo svolgimento di attività produttive. Entrambe concorrono ad avvitare quel processo di riduzione della produzione, dei redditi e della domanda che è prioritario evitare.
3) A Settembre male anche il fatturato e gli ordinativi dell’industria. Se si depurano le serie per il tasso di inflazione dei prezzi alla produzione, la variazione tendenziale del fatturato è stata negativa per -1,78 per cento, mentre quella degli ordinativi per -5,68 per cento. In termini reali, positiva soltanto la variazione congiunturale del fatturato, che ha fatto registrare un +2,27 per cento, mentre quella congiunturale degli ordinativi è stata negativa per oltre 1 punto percentuale (-1,02 per cento). Rispetto ai dati di Agosto si è riscontrato un rimbalzo, ma ad Agosto i valori avevano toccato record negativi: i tendenziali reali di fatturato e ordinativi erano risultati rispettivamente pari a -17,93 per cento e -12,60 per cento, il primo addirittura un picco negativo almeno dal 1992; mentre i congiunturali erano stati rispettivamente pari a -3,10 per cento e -0,89 per cento. In particolare, i segnali più critici provengono dagli ordinativi, che preannunciano i possibili fatturati futuri. Non si deve trascurare, inoltre, che la variazione peggiore è maturata negli ordinativi dall’Estero, addirittura negativa anche in valor nominale con un -6,1 per cento; una dato, questo, che, coerentemente con quelli sull’interscambio commerciale, testimonia della perdita di competitività del Paese sui mercati internazionali.
4) Da ultimo le vendite al dettaglio. Deflazionate con riferimento ai prezzi al consumo (NIC tabacchi inclusi), le vendite del commercio fisso al dettaglio hanno fatto registrare, a Settembre, un tendenziale reale negativo per -3,27 per cento. Si è allungata la striscia dei tendenziali negativi, senza soluzione di continuità da Novembre 2007 e, se si escludono Ottobre 2007 (+0,21 per cento) e Marzo 2007 (+0,92), sin da Aprile 2006 (+0,47). Positivo ma modesto il dato congiunturale, un +0,29 per cento aiutato dalla flessione per -0,69 per cento del precedente mese di Agosto e dalla riduzione dei prezzi al consumo registrata tra Agosto e Settembre (-0,3 per cento secondo il NIC inclusivo dei tabacchi). Ma se si allarga lo sguardo, da Aprile 2006 a questo Settembre (per mantenere i termini di paragone utilizzati prima per le variazioni tendenziali) soltanto 1/3 dei mesi (10 su 30) ha offerto variazioni congiunturali positive, per un variazione reale complessiva (Settembre 2008 su Aprile 2006) negativa per – 5,87 per cento.
Si deve realisticamente parlare di uno scenario fosco, con l’Italia che si distingue, oltre che per l’acutezza della recessione, anche per un altro aspetto, che è stato quasi totalmente ignorato, ma che getta luce sui deficit di concorrenza di cui soffrono i nostri mercati. Dalla fine del 2007 sino a tutto l’Agosto 2008, nelle principali economie europee e del mondo si riconoscevano i tratti propri delle fasi stagflattive, con bassa o nulla crescita e prezzi in rapido aumento. Negli Stati Uniti, di stagflazione si parlava, a dire il vero, anche da prima. Se si osserva la dinamica dei prezzi tra Ottobre 2007 ad Ottobre 2008, l’Italia è stata, tra i Partner dell’Area Euro, quella che alla crescita stagnante ha abbinato il più rapido processo inflattivo, con un continuo aumento dei tendenziali. Ad ottobre 2007, il tendenziale dell’indice dei prezzi al consumo armonizzato (HICP) si attestava al 2,3 per cento, divenuto poi il 4 a Luglio 2008, poi il 4,2 ad Agosto 2008; nella media dell’Area Euro, i corrispondenti valori sono stati 2,6, 4 e 3,8 per cento (con una rientro già ad Agosto).
Un’Italia tanto rapida ad entrare in stagflazione quanto restìa ad uscire dalla spirale inflattiva pur mantenendo la condizione di stagnazione poi divenuta di recessione. Non sappiamo che cosa sarebbe successo se non fosse definitivamente esplosa la crisi finanziaria e la stessa non si fosse diffusa in Europa; non sappiamo, cioè, per quanto sarebbero ancora durate le condizioni stagflattive in Europa come negli Stati Uniti. Certo non a lungo perché le tensioni era divenute altissime. Sappiamo, però, che dal momento in cui la crisi ha cambiato forma, e dalla condizione di stagflaizone, grazie anche al rientro del prezzo del greggio e delle granaglie, ha cominciato ad assumere le vesti di una recessione di tipo keynesiano, con prezzi in rallentamento e in alcuni casi in visibile riduzione, l’Italia è il Partner che ha mostrato le resistenze più forti. Tra Settembre e Ottobre 2008, la variazione congiunturale dell’HICP è stata di +0,5 punti percentuali, seconda solo a quella di Cipro (+0,7) e contro una media dell’Area Euro pari a zero (costanza dell’HICP). Dopo il picco tendenziale di 4,2 per cento ad Agosto, il tendenziale di Settembre si è attestato al 3,9, e quello di Ottobre al 3,6; i corrispondenti valori nell’Area Euro sono stati del 3,8, 3,6 e 3,2. Nel frattempo, negli Stati Uniti, i congiunturali del CPI-U (consumer price index for all urban consumers) di Agosto, Settembre e Ottobre sono stati rispettivamente di -0,1 per cento, zero, e addirittura -1,0 (la maggiore flessione dal 1974); ancora più nette le riduzioni congiunturali del CPI-W (consumer price index for urban wage earners and clerical workers), rispettivamente del -0.2, -0,1, -1,2 per cento. Sempre negli Stati Uniti, i tendenziali di Ottobre sono stati del 3,7 per il CPI-U e del 3,8 per il CPI-W, dopo che solo a Giugno scorso gli stessi tendenziali avevano toccato i 5 punti percentuali segnando il record dal 1981.
Se il rischio deflazione sembra concreto per gli Stati Uniti e potrebbe, in misura sicuramente inferiore, toccare qualche Paese in Europa, per l’Italia esso rimane per adesso in secondo piano. E lo testimoniano anche gli ultimi dati ISTAT. L’inflazione acquisita per il NIC (l’inflazione annua che si avrebbe se il NIC rimanesse al medesimo livello dell’ultimo dato per la restante parte dell’anno) è pari al 2,6 per cento, 0,6 p.p. al di sopra del target di Maastricht. Per i prodotti di largo consumo (alimentari, prodotti per la casa, prodotti per la cura della persona), il tendenziale di Ottobre è del +4,9 per cento, e sullo stesso livello si attesta l’inflazione acquisita. Per i prodotti ad alta frequenza di acquisto (alimentari, tabacchi, non durevoli per la casa, carburanti, trasporti, giornali, ristorazione, assistenza, affitto), il tendenziale è del 4,6 per cento, mentre l’inflazione acquisita del +5 per cento.
Per l’Italia, lo spettro della deflazione sembra remoto, mentre la vera certezza è che domanda e produzione sono in arretramento. Se non arrivassimo da un decennio di crescita ai minimi, che ha paradossalmente assuefatto a performance macroeconomiche di questo genere, probabilmente l’evidenza avrebbe un impatto sul pubblico ancora più forte. In questa condizione, è essenziale intervenire per stimolare la domanda, e la flessibilità dell’offerta nel ridurre, liberamente, le pretese di prezzo è uno dei meccanismi endogeni del mercato che può concorrere ad alleviare ed accorciare il ciclo negativo.
È necessario evitare un Dicembre “gelido” che avrebbe effetti pesantissimi sia nell’immediato che, tramite le aspettative, sul prossimo anno. Servono misure ad impatto rapido. Il binomio di detassazione selettiva delle tredicesime e completa liberalizzazione degli sconti di stagione (nel timing e nella proporzione; gli sconti di stagione non sono stati toccati dal decreto “Bersani-1” del 2006) è tra le soluzioni da considerare: a) darebbe impulso alla domanda delle famiglie rimuovendo i vincoli di spesa proprio lì dove la propensione marginale al consumo è più elevata perché razionata; b) permetterebbe ai titolari degli esercizi di vendita di scegliere le pratiche per loro migliori, alla luce degli andamenti delle vendite, degli accumuli in magazzino, dei loro stessi redditi che sono coinvolti a tutti gli effetti nella recessione; c) costituirebbe un mix ottimale anche per le finanze pubbliche, laddove il costo fiscale del primo intervento potrebbe, in misura che dipende dalla configurazione operativa della manovra, trovare finanziamento nel rilancio delle basi imponibili connesse ai commerci.
Contemporaneamente a questo pacchetto “espresso”, è necessario sin da subito guardare oltre, per rinvigorire e stabilizzare il percorso di fuoriuscita dal ciclo e trasformalo subito dopo in percorso di crescita. Le riforme strutturali necessarie all’Italia sono tante, e non è realistico tentare di annunciarle tutte da subito e compiere su tutte, nei prossimi due-tre mesi, i primi passi per dare credibilità all’annuncio. Si deve però cercare di prospettare un nuovo piano di apertura a concorrenza dei mercati e di decentramento della contrattazione del lavoro, che sin dai primi mesi del prossimo anno favorisca sia l’ampliamento dell’offerta di beni e servizi a vantaggio dei consumatori, sia l’incontro di domanda e offerta di lavoro, soprattutto nel Mezzogiorno. Lungo questa strada si deve poi procedere senza sosta. Verrebbe così raccolta la principale indicazione che il Fondo Monetario Internazionale ha dato all’Italia nell’Article IV del 19 Novembre scorso: allineare il più possibile gli interventi di contrasto del ciclo con quelli di rinnovamento strutturale del Paese, per risolvere nel contempo quegli snodi che oggi rendono l’Italia particolarmente debole nel progettare le stesse risposte anticicliche. Sarebbe, bisogna aggiungere, la maniera migliore per “ben spendere” quel surplus di deficit, oltre il 3 per cento del PIL, che l’Europa ha deciso di permettere ai Partner: a finanziamento della costruzione di una nuova Italia.
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