Tra i capitoli di spesa del bilancio pubblico, quello della sanità presenta le maggiori complessità di previsione/proiezione, in quanto esposto a molteplici driver di crescita di natura extra demografica (reddito, tecnologia, cambiamenti esogeni nella domanda, etc.). Eppure, nel calcolo degli indicatori di sostenibilità delle Finanze Pubbliche, che da qualche anno la Commissione Europea e i singoli Partner UE propongono rispettivamente in “Public Finances in EMU” e nei Programmi di Stabilità, il riferimento va a proiezioni di spesa (acute e per long-term care) incentrate sull’aspetto demografico, che rischiano di sottostimare gravemente gli andamenti reali.  La sottostima si riflette nelle previsioni di aggiustamento dei bilanci pubblici e assume un rilievo particolare dopo la recente riforma del Patto UE (2005), che ha spostato la valutazione di convergenza dei Partner dai target puntuali alle tendenze e alla qualità dell’azione di riforma strutturale. Nel nuovo contesto è fondamentale utilizzare strumenti in grado di raffigurare il più fedelmente possibile le prospettive di medio-lungo periodo.   Alla luce nuovo esercizio di proiezione svolto dal CERM, incentrato sull’analisi d’impatto dei fattori non demografici, le incidenze prospettiche della spesa sanitaria pubblica sul PIL risultano, a policy invariata, di magnitudo significativamente superiore rispetto alle previsioni ufficiali della Commissione Europea.
Per l’Italia, in luogo dell’incremento di circa 2 p.p. al 2050 (dal 6,7 per cento attuale all’8,6[1]), si configurano scenari in cui l’incidenza potrebbe raddoppiare. Risultato, questo, confermato dalle più recenti proiezioni di fonte OCSE, che per l’Italia proiettano un range di variazione dell’incidenza sul PIL della spesa sanitaria pubblica tra un massimo di 9,4 e un minimo di 1,8 p.p. al 2050. Il lower bound dell’OCSE corrisponde al valore considerato dalla Commissione e, con alcune varianti, dal Programma di Stabilità per il calcolo degli indicatori di sostenibilità delle Finanze Pubbliche. Nel caso, sempre con riferimento all’Italia, gli indicatori di sostenibilità vengano aggiornati per tener conto di proiezioni più complete nei driver, il target di saldi primari strutturali dell’ordine del 4 per cento del PIL nelle prossime decadi diventa ancora più ambizioso: per accomodare la maggior spesa sanitaria esso assumerebbe, infatti, un profilo crescente sino a raggiungere picchi del 9/10 per cento nel 2050. Equivalenti prospettive emergono anche per gli altri Partner. Se dalla condizione di invarianza di policy (con accomodamento tutto in termini di avanzo primario necessario) si passa a discutere delle scelte di policy, l’analisi del CERM mostra come il ritardo di organiche riforme strutturali, che rendesse poi necessario dare precedenza ad obiettivi esclusivamente finanziari, potrebbe causare arretramenti significativi della copertura del servizio sanitario nazionale mettendo a repentaglio obiettivi equitativi/redistributivi. Per l’Italia, la stabilizzazione ai livelli correnti dell’incidenza della spesa sanitaria pubblica sul PIL implicherebbe, infatti, una riduzione della quota di spesa complessiva finanziata dal pubblico di oltre 25 p.p. al 2050. Con l’eccezione di Danimarca, Finlandia, Irlanda e Svezia[2], i Partner UE mostrano riduzioni comprese tra 20 e 35 p.p.. Se questa stasi di policy si verificasse contemporaneamente per la sanità e per le pensioni (l’altra grande voce del welfare system), diverrebbe forte il rischio di situazioni individuali/familiari di redditi insufficienti e con copertura sanitaria inadeguata; forte il rischio di mancato riconoscimento dei livelli essenziali di assistenza. L’analisi del CERM evidenzia l’urgenza di procedere con le riforme strutturali: dalla regolazione lato offerta e lato domanda, allo sviluppo dei fondi sanitari complementari al SSN, all’ammodernamento del welfare system per renderlo coerente con i cambiamenti economico-sociali e il funzionamento del mercato del lavoro e del sistema produttivo.

Le proiezioni di spesa sanitaria ufficiali per i Partner UE-15

Nei Programmi di Stabilità dei Partner UE, le proiezioni della spesa sanitaria sono incentrate sul driver demografico, mentre il tasso di crescita della spesapro-capite (per fasce età-sesso) è ipotizzato pari o convergente al tasso di crescita del PIL pro-capite o del PIL per lavoratore attivo. La stessa impostazione è seguita nelle proiezioni del Gruppo di Lavoro sull’Invecchiamento della Popolazione (AWG) che fa capo ad ECOFIN. Le tavole seguenti descrivono le proiezioni di lungo termine (2050) dell’incidenza della spesa sanitaria pubblica sul PIL, negli scenari cosiddetti AWG reference.

Spesa sanitaria pubblica di tipo acute [3]

Fonte: AWG (2006) e European Commission (2006), European Commission (2007) [4]

Spesa pubblica per prestazioni di tipo long-term [5]
tasso di crescita della spesa pro-capite pari a quello del PIL per lavoratore attivo 

La sostenibilità delle Finanze Pubbliche nelle valutazioni della Commissione

Gli scenari AWG reference per la spesa acute e long-term sono rilevanti anche perché, assieme alle proiezioni delle altre voci di spesa (tra cui le pensioni) e di entrata di bilancio, sono alla base degli indicatori di sostenibilità delle Finanze Pubbliche calcolati dalla Commissione Europea[6].Gli indicatori utilizzati dalla Commissione sono tre:
S1 => l’aggiustamento permanente del saldo primario strutturale[7] necessario a raggiungere nel 2050 il target del 60 per cento nel rapporto debito/PIL, per date proiezioni delle voci di spesa collegate all’età[8],[9];
S2 => l’aggiustamento permanente del saldo primario strutturale necessario a soddisfare il vincolo intertemporale del bilancio pubblico su un orizzonte infinito (per t=∞ è debito = 0), per date proiezioni delle voci di spesa collegate all’età (cfr. nota in calce n. 8);
RPB => il saldo primario strutturale da raggiungere mediamente nel quinquennio successivo all’ultimo anno coperto nel più recente Programma di Stabilità, in modo tale che, se dalla fine del quinquennio in poi il saldo entrate – spese non collegate all’età si mantiene costante sul PIL mentre le spese collegate all’età si evolvono secondo le loro determinanti[10], è soddisfatto il vincolo intertemporale del bilancio pubblico su un orizzonte infinito.

Gli indicatori di sostenibilità adottati a livello UE 


I tre indicatori sono calcolati utilizzando i set di ipotesi macroeconomiche specifici dei singoli Partner e condivisi in ambito AWG-ECOFIN[11]. Nella media UE-15, sarebbe necessario un miglioramento del saldo primario strutturale di 1,0 punti percentuali di PIL secondo S1, e di 2,7 secondo S2 (con ampia diversificazione tra Partner che, in alcuni casi, porta anche a valori negativi). Secondo RPB, invece, il saldo primario strutturale da raggiungere in combinazione con la stabilizzazione sul PIL delle spese non collegate all’età sarebbe pari mediamente al 4,5 per cento del PIL (anche in questo caso con ampia differenziazione). Per l’Italia, in particolare, la Commissione indica l’esigenza di avanzi primari strutturali pari a 4,3, 3,9 e 3,9 p.p., rispettivamente per i tre obiettivi di consolidamento descritti. Nel Programma di Stabilità dell’Italia di Dicembre 2007, si considera un saldo primario strutturale di partenza diverso (al 2006 pari a 1,8 p.p.), aggiornato ai dati disponibili, e di conseguenza cambiano le misure delle correzioni, ma non quelle dei livelli: per ridurre al 60 per cento il rapporto debito/PIL è necessario mantenere saldi del 3,9 per cento, che salgono al 4,1 per soddisfare il vincolo intertemporale del bilancio pubblico su orizzonte infinito; il valore di RPB diviene di 4,2 p.p.. Come si può osservare, la sostenibilità di lungo termine richiede, sia nella valutazione di Public Finances in EMU che, più recentemente, del Programma di Stabilità, saldi primari strutturali dell’ordine del 4 per cento o superiori.

“Oltre la demografia”: proiezioni sanitarie e sostenibilità

Affinché gli indicatori assumano un ruolo pieno di guida nella policy, è necessario interrogarsi su quali valori assumerebbero se le proiezioni di spesa sanitaria non fossero quelle incentrate sulla demografia, ma inglobassero anche l’effetto pieno di altri driver, in primis quello della crescita del reddito.

Fonte: CERM (2007), mimeo
(1) Valore annuo medio riportato in European Commission (2007), pag. 34
(2) L’incidenza al 2004 è di fonte OCSE (2006)[13] e differisce da quella di fonte AWG (2006) per il diverso perimetro di spesa

La tavola appena esposta presenta i risultati di un esercizio, svolto da CERM, di stima (dati storici con approccio di cointegrazione) dell’elasticità della spesa sanitaria totale (pubblica e privata) al reddito. Sulla base del valore dell’elasticità, sono calcolati: l’incidenza della spesa sanitaria pubblica al 2050, nell’ipotesi che la quota pubblica sul totale resti immutata; la quota pubblica al 2050, nell’ipotesi di stabilizzazione dell’incidenza sul PIL della spesa sanitaria pubblica al livello corrente (2004). Questo esercizio è, dal punto di vista metodologico, complementare a quello di AWG[14] e i risultati dei due andrebbero “sommati” cum granu salis. Laddove AWG porta in primo piano il driver demografico e minimizza l’impatto atteso dagli altri, qui, invece, si fa l’opposto: non si considera esplicitamente l’acuirsi del processo di invecchiamento della popolazione atteso nelle prossime decadi, ma si “ribalta” in avanti l’effetto storicamente svolto dalla crescita economica. Il driver reddito, inoltre, è comprensivo di tutte le determinanti che possono far corrispondere una più alta spesa ad un maggior grado di sviluppo economico, ivi inclusi gli avanzamenti di tecnica/tecnologia (il consumo di prestazioni più costose ha necessità di essere finanziato) e le evoluzioni esogene della domanda riconducibili alla crescente importanza assegnata al bene “salute”. Emergono alcune conclusioni di rilievo:
          l’elasticità al reddito è sempre maggiore dell’unità (solo per Danimarca, Irlanda e Svezia la differenza è ridotta) e in alcuni casi significativamente maggiore (il dato più elevato è quello della Germania, 1,88; per l’Italia 1,7);
          a parità di quota mediamente coperta dal pubblico, l’incidenza media della spesa pubblica sul PIL arriverebbe, nel 2050, ai 10 p.p. …
          … mentre, a parità di incidenza media della spesa pubblica sul PIL, la quota a carico del pubblico si ridurrebbe in media di oltre 20 p.p. (dal 76 al 56 per cento). Le grandezze appena descritte trovano conferma in un recente lavoro dell’OCSE[15] che, utilizzando un impianto metodologico simile a quello di AWG (con profili di spesa pro-capite acute e long-term) ma lasciando esplicare pieni effetti ai driver extra demografici (tra cui una elasticità al reddito superiore all’unità), arriva a proiettare incrementi di incidenza sul PIL significativamente superiori a quelli di AWG. Per l’Italia, l’intervallo [+4,5%; +0,5%] proiettato da AWG (nel complesso di tutti gli scenari) diviene [+9,4%; +1,8%] nelle proiezioni OCSE[16].

Spesa sanitaria pubblica acute e spesa pubblica per long-term – 

Conclusioni per la policy

Quando le proiezioni di spesa sanitaria sono ampliate per tener conto dei driver extra demografici, gli incrementi di incidenza sul PIL che potrebbero realizzarsi al 2050, senza interventi di policy, divengono di magnitudo superiore a quella utilizzata dalla Commissione Europea per calcolare gli indicatori di sostenibilità delle Finanze Pubbliche. Nel caso dell’Italia, per esempio, la Commissione individua l’esigenza di avanzi primari strutturali costantemente pari a circa il 4 per cento del PIL[17]; ma, se si tiene conto che l’incremento di incidenza della spesa sanitaria implicito negli indicatori potrebbe essere superiore di 5-6 punti percentuali al 2050[18], il profilo degli avanzi stabilizzanti si trasla inevitabilmente verso l’alto, divenendo crescente da circa il 4 per cento corrente sino ad un picco che nel 2050 potrebbe arrivare anche al 9/10 per cento[19].
Se già il target di bilancio suggerito dalla Commissione appare impegnativo da rispettare anno per anno nelle prossime decadi[20], quello necessario ad accomodare le proiezioni più complete della spesa sanitaria, senza interventi specifici di policy, appare addirittura utopico[21].Quale ruolo per la policy? La stima proposta dal CERM pone in evidenza il rischio che, senza tempestive e lungimiranti azioni, l’obiettivo assuma natura esclusivamente finanziaria e, nell’urgenza dei conti, persegua direttamente la stabilizzazione della spesa sanitaria pubblica sul PIL al livello corrente o prossimo a quello corrente, trascurando le ricadute distributive/equitative. Se così fosse, la quota di spesa coperta dal pubblico sarebbe destinata, in Italia come negli altri Partner, ad una marcata diminuzione (di oltre 25 p.p. per l’Italia, tra i 20 e i 35 p.p. per gli altri Partner UE[22], se si escludono quattro Paesi in cui l’elasticità storica della spesa al PIL è prossima all’unità), con tutto il portato di implicazioni sui connotati tradizionali dei servizi sanitari nazionali in termini di adeguatezza delle prestazioni e universalismo dei beneficiari.  In Italia, per esempio, si sta già verificando un crescente trasferimento dell’onere di finanziamento dal pubblico al privato, nella forma di maggiori pagamenti dei cittadini a valere direttamente sui loro redditi disponibili, e senza un disegno sistemico che dia basi istituzionali alla componente privata e la sostenga con agevolazioni fiscali. Se, poi, alla stasi di riforme in sanità si aggiungesse (come sta avvenendo in Italia) la stasi delle riforme pensionistiche, sarebbe forte il rischio che in futuro si presentino numerose le situazioni individuali/familiari con redditi insufficienti e senza adeguata copertura sanitaria. Se è vero che la crescita della spesa sanitaria può, in potenza, non avere limiti prefigurabili[23], compito della policy dovrebbe divenire quello di costruire l’assetto più adatto a governare sulla base di scelte positive e di programmi l’allocazione delle risorse disponibili, per non subire passivamente i cambiamenti, con:
          la regolazione lato offerta (per stimolare efficienza nell’erogazione delle prestazioni da parte del pubblico e del privato);
          la regolazione lato domanda (per responsabilizzare i singoli fruitori nella prospettiva dell’universalismo selettivo);
          lo sviluppo del canale di finanziamento privato a capitalizzazione, coprente prestazioni complementari a quelle del servizio pubblico[24], e supportato da agevolazioni fiscali coerenti con il principio della progressività dell’imposizione;
          le riforme strutturali interne al welfare system, per renderlo coerente con i cambiamenti del sistema economico-sociale e con il funzionamento del mercato del lavoro e del sistema produttivo (riforma delle pensioni e diversificazione degli istituti assicurativi e assistenziali[25]). 

Un’agenda di ampio raggio e complessa, che in Italia si sovrappone al percorso di trasformazione federalista dello Stato. Proprio per questo, è necessario avviarla il prima possibile.

 


[1]Cfr.Programma di Stabilità dell’Italia – Aggiornamento di Dicembre 2007”.
[2]Danimarca, Irlanda e Svezia mostrano una elasticità storica della spesa sanitaria al PIL prossima (per ragioni diverse) all’unità (cfr. infra); per la Finlandia, la riduzione della quota pubblica è di circa 12 p.p..
[3] Ipotesi: (a) scenario demografico centrale (scenario EUROPOP2004 costruito da EUROSTAT nel Maggio 2005, con qualche marginale variazione); (b) tasso di crescita del costo pro-capite per fasce di età/sesso pari al tasso di crescita del PIL pro-capite(c) elasticità della spesa pro-capite al reddito pro-capite pari a 1,1 nel 2004 e poi gradualmente convergente all’unità sino al 2050; (d) profili di spesa media per fasce di età/sesso che si traslano, di anno in anno, in avanti di una misura pari alla metà dell’incremento della vita attesa per ogni gruppo di età/sesso (se nel passaggio dal tempo t al tempo t+1, la vita attesa della fascia x/y aumenta di delta, al periodo t+1 la stessa fascia x/y farà registrare una spesa pro-capite pari a quella della fascia (x-delta)/y al tempo t; sono i cosiddetti profili dinamici di spesa).
[4] AWG (2006), “The impact of ageing on public expenditure”, in “European Economy, special report n. 1/2006”; European Commission (2006), “European Economy n. 4/2006”; European Commission (2007), “Public Finances in EMU – 2007”;.
[5] Ipotesi: (a) scenario demografico centrale (scenario EUROPOP2004 costruito da EUROSTAT nel Maggio 2005, con qualche marginale variazione); (b) tasso di crescita del costo pro-capite per fasce di età/sesso pari al tasso di crescita del PIL per lavoratore attivo;  (c) elasticità della spesa pro-capite al PIL per lavoratore attivo pari all’unità; (d) probabilità di ricevere prestazioni di long-term care sempre pari, per ogni fascia età/sesso, a quelle rilevabili nel 2004; (e) profili dei tassi di disabilità (che possono attivare, secondo le precedenti probabilità, la prestazione di long-term care) per fasce di età/sesso che si riducono di una misura pari alla metà della diminuzione dei tassi di mortalità per le stesse fasce di età/sesso (se nel passaggio dal tempo t al tempo t+1, il tasso di mortalità della fascia x/y diminuisce di delta, al periodo t+1 la stessa fascia x/y farà registrare un tasso di disabilità ridotto di delta/2 rispetto a quello dell’anno precedente; sono i cosiddetti profili dinamici di spesa).
[6] Cfr. European Commission (2007), “Public Finances in EMU – 2007”. Gli stessi indicatori sono ricalcolati, sulla base delle nuove informazioni disponibili, in alcuni Programmi di Stabilità (così l’Italia, cfr.Programma di Stabilità dell’Italia – Aggiornamento a Novembre 2007).
[7] Il saldo di bilancio al netto dei pagamenti in conto interessi sul debito, dell’impatto del ciclo economico e delle misure straordinarie e temporanee. Per un sintetico glossario, cfr.The long-term sustainability of Public Finances in the European Union”, European Commission (2006), disponibile anche come “European Economy n. 4/2006”.
[8] Spesa per pensioni, sanità, ammortizzatori per disoccupazione, istruzione.
[9]Tale aggiustamento non potrà che derivare da un non precisato mix di variazioni di entrate e spese non collegate all’età.
[10] Processo di invecchiamento e regole di maturazione/accesso alle prestazioni (allo stato normativo attuale).
[11]Cfr.AWG (2006), “The impact of ageing on public expenditure”, da pag. 312 in poi (“Country annex”).
[12] Se si modifica il tradizionale framework con cui sono condotte le stime di lungo periodo degli effetti dei driver di spesa, emerge che, in assoluto, il driver dominante è quello della crescita economica.
[13]Cfr. OCSE (2006), “Health Data”.
[14] Nell’impianto, i due esercizi sono molto diversi: uno adotta una prospettiva macroeconomica, l’altro è microfondato nei profili di spesa pro-capite; inoltre, uno considera in maniera unitaria tutta la spesa sanitaria (pubblica e privata, acute e long-term), l’altro si concentra sulla spesa pubblica e differenzia tra prestazioni sanitarie acute e prestazioni per assistenza continuata (queste ultime, generalmente, non sono a carico esclusivo del bilancio dei sistemi sanitari nazionali).
[15] Cfr. OCSE (2006), “Projecting public OECD health and long-term care expenditures: what are the main drivers”, disponibile su http://www.oecd.org/LongAbstract/0,2546,en_2649_201185_36085941_1_1_1_1,00.html.
[16] Solo per il Regno Unito l’upper bound dell’OCSE (+5,7 per cento) è inferiore all’upper bound di AWG (+6,2) ma, per converso, il lower bound dell’OCSE (+1,0 per cento) è significativamente superiore al lower bound di AWG (+0,2).
[17] Nella media degli indicatori S1 (4,3 per cento) , S2 (3,9) e RPB (3,9), riportati in European Commission (2007).
[18] È il dato che emerge dall’upper bound dell’OCSE, ma anche dalla combinazione dello scenario incentrato sulla demografia di AWG (2006) con quello incentrato sui driver extra demografici di CERM (2007).
[19] Nelle ipotesi che (a) lo scarto tra l’incidenza al 2050 di AWG e l’upper bound dell’OCSE e di CERM maturi linearmente da oggi al 2050, e che (b) la maggiore spesa che si verifica ogni anno è accomodata con un equivalente variazione dell’avanzo primario di quello stesso anno (compressione di altre spese / incremento di entrate).
[20] Si deve, in aggiunta, considerare che l’ultimo Programma di Stabilità dell’Italia (aggiornato al Dicembre 2007) prevede una crescita del PIL reale dell’1,5 per cento nel 2008, dell’1,6 nel 2009, dell’1,7 nel 2010 e dell’1,8 nel 2011, valori inferiori a quelli che AWG ha considerato nella proiezioni dell’incidenza della spesa sanitaria e che poi sono entrati nel calcolo di S1, S2 e RPB. Le ipotesi macro di AWG prevedevano per l’Italia una crescita del PIL reale dell’1,9 per cento sino al 2015, con una diminuzione graduale sino allo 0,7 nel 2035, e un successivo graduale aumento sino all’1,2 per cento nel 2050.
[21]Inoltre, anche nelle proiezioni delle altre spese connesse all’età diverse dalle pensioni (ammortizzatori contro la disoccupazione e istruzione), AWG adotta un approccio incentrato sulla demografia, tant’è che queste due voci vanno in compensazione degli aumenti di incidenza sul PIL per tutti i Partner UE. Una scelta che, di fronte agli obiettivi esplicitamente concordati circa l’innalzamento della partecipazione al mercato del lavoro, l’aumento dei tassi di occupazione a tutte le età, e lo sviluppo della società della conoscenza (“Agenda Lisbona”), sottostima le necessità di spesa e nasconde l’urgenza di riforme strutturali.
[22] Anche di più, se si combinano gli effetti del driver demografico e dei driver extra demografici.
[23] È un voce di spesa che, sul piano teorico, potrebbe non giungere mai a saturazione, con continui aumenti di quantità e soprattutto di qualità delle prestazioni. Sul punto, si suggerisce lettura dell’interessante e provocatorio punto di vista di Kenneth Rogoff: “Better Red than dead?” (http://www.project-s yndicate.org/commentary/rogoff33).
[24]In Italia, i cosiddetti fondi “doc” la cui normativa è ancora fortemente incompleta. La diversificazione delle fonti di finanziamento di pensioni e sanità è accomunata da una ragione di sostenibilità macroeconomica. Come il sistema pensionistico pubblico, anche il sistema sanitario pubblico si finanzia a ripartizione, ovvero raccogliendo anno per anno risorse tramite la fiscalità generale. Di fronte alla intensa dinamica della spesa, superiore a quella attesa dal sistema pensionistico, il solo canale pubblico a ripartizione farà sì che una quota crescente dei redditi prodotti anno per anno venga assorbita dal finanziamento della sanità (e delle pensioni se l’applicazione rigorosa della riforma del 1995 continua ad essere posticipata), generando effetti disincentivanti su offerta/domanda di lavoro e su investimenti/produzione. Il rallentamento della crescita che ne deriverebbe renderebbe ancora più critici i vincoli di bilancio entro cui deve muoversi il finanziamento del SSN, a detrimento non solo del perimetro di prestazioni coperte (i LEA sanitari), ma soprattutto della funzione redistributiva e coesiva che è fondante per il sistema sanitario pubblico. Il finanziamento a capitalizzazione correggerebbe la dinamica del sistema, creando – esattamente come per le pensioni – un collegamento diretto tra i risparmi e le agevolazioni fiscali che li sostengono da un lato e, dall’altro, gli investimenti in capitale produttivo. Il bilanciamento pubblico-privato delle fonti di finanziamento incide endogenamente sulla crescita economica e sulle risorse disponibili per finanziare le prestazioni. La strada dell’universalismo selettivo e quella dello sviluppo dei pilastri privati a capitalizzazione sono interconnesse. L’applicazione di schemi responsabilizzanti di compartecipazione ai costi è tanto più percorribile se la quota a carico del cittadino tiene conto delle sue caratteristiche economiche e sanitarie, e se, invece di scaricarsi direttamente sui redditi disponibili, può avvalersi del capitale in maturazione in piani di risparmio ad hoc sostenuti da agevolazioni coerenti con il principio della progressività che ispira la fiscalità generale.
[25]Cfr. Pammolli-Salerno (2007), “Il sistema pensionistico: quale riforma?”, in “La riforma del welfare dieci anni dopo la ‘Commissione Onofri’”, a cura di Luciano Guerzoni (http://www.astrid-online.it/Amministra/-Commissio/La-riforma/index.htm).

Scritto da: Mauro Bambi, Fabio Pammolli e Nicola C. Salerno