La religione del contratto a tempo indeterminato

Articolo Originale

Mark Twain non pensava al mercato del lavoro italiano mentre scriveva Le Formiche e la Vera Religione, ma il racconto offre oggi una chiave di lettura illuminante.

Il protagonista vuole accertare, sulla base di un rigoroso esperimento scientifico, l’orientamento religioso delle formiche. Dopo aver costruito una moschea, un tempio indù, una sinagoga, una chiesa cristiana, lo scienziato segue gli spostamenti di 45 formiche da un luogo di culto all’altro. Dopo alcuni risultati non soddisfacenti, l’esperimento giunge a una svolta quando il protagonista inserisce nei quattro templi rispettivamente stucco, catrame, acquaragia e, in chiesa, zucchero. Di fronte all’accorrere in chiesa degli insetti, lo scienziato annota entusiasta: «Abbiamo la prova, al di là di ogni ombra di dubbio, del fatto che le formiche, prive di pregiudizio religioso, preferiranno sempre la cristianità a qualsiasi altro credo». I controlli sperimentali successivi, però, dimostrano che le formiche si spostano da un tempio all’altro per seguire lo zucchero e allora la conclusione è diversa: «Abbiamo la prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, del fatto che, in materia di credenze religiose, le formiche si comportano al contrario degli uomini: per gli uomini ciò che conta è trovare l’unica vera Chiesa; per le formiche quel che conta è trovare la chiesa con lo zucchero».

Oggi, l’idea degli esperti del governo d’introdurre ingenti sgravi contributivi una tantum per le nuove assunzioni a tempo indeterminato ricorda la prima fase dell’esperimento di Twain. Le imprese accorreranno con entusiasmo, non per la superiorità del nuovo contratto a tutele crescenti ma, più prosaicamente, fin quando durerà lo zucchero degli incentivi, elargiti a una sola tra le forme contrattuali possibili.

Peccato, però, che le nuove tecnologie digitali stiano trasformando il lavoro in modo profondo, radicale. Nelle imprese della cosiddetta industria 4.0, dell’Internet delle cose e dei robot, la possibilità di coordinare e monitorare processi produttivi complessi con un numero contenuto di addetti qualificati consente di mantenere posizioni di vantaggio competitivo e contrasta l’emorragia della delocalizzazione. Nei servizi, le nuove piattaforme digitali coinvolgono individui con le competenze più disparate, al di fuori di un coordinamento gerarchico, con dotazioni di capitale e complessità organizzativa limitate. In entrambi i casi, le competenze non sono descritte certo dai mansionari tardo-ottocenteschi dei contratti collettivi nazionali, e chi presta la propria opera è ben consapevole di un presente e di un futuro fatti d’investimento sulla propria formazione, di transizioni lavorative tra forme contrattuali, di molteplicità delle controparti e dei mestieri.

In questo scenario, l’ultima cosa da fare è proprio immettere lo zucchero della decontribuzione a tempo, differenziata per forma contrattuale. Molto servirebbe, invece, aiutare il bilanciamento tra nuovi capitali e nuovi mestieri con una riduzione permanente del costo del lavoro per tutti i giovani neo occupati, indipendentemente dal contratto, abbattendo i contributi versati all’Inps e promuovendo finalmente un decollo dei fondi pensione individuali. In parallelo, la rapidità delle trasformazioni tecnologiche e dei modelli di produzione imporrebbe di dar priorità allo smantellamento dei sistemi burocratici e delle intermediazioni politiche che inceppano la formazione professionale, l’apprendistato, riorganizzando le cosiddette politiche attive del lavoro.

Prepariamoci allora a nuovo zucchero nella chiesa del lavoro dipendente a tempo indeterminato e della retorica della formazione, con nuovo catrame per coloro che, fuori dal tempio, animano la trasformazione e la modernizzazione del sistema produttivo e della società.

Scritto da: Fabio Pammolli