Il nostro 3%. L’ossessione dei vincoli oscura una visione globale. Perchè il Patto di Stabilità va riformato anche in Italia

riforme e Patto di Stabilità

Per ricominciare a crescere, e promuovere nel nostro paese uno sviluppo duraturo, la riforma del Patto di Stabilità e crescita a livello europeo – seppure necessaria – non è sufficiente. Insieme allo scorporo degli investimenti in infrastrutture e in ricerca dal tetto del 3% fissato a Maastricht, e all’indulgenza sui tempi di rientro del deficit in caso di “eventi economici imprevisti”, occorre porre al centro del dibattito di politica economica la questione della revisione del Patto di Stabilità interno, strumento fondamentale per uno sviluppo di lungo periodo e di qualità, e per un’evoluzione corretta e coerente del percorso federalista.Il Patto di Stabilità interno, come è noto, è stato istituito nel 1998 per coinvolgere le amministrazioni pubbliche nel contenimento dei livelli di spesa, evitando sprechi e spese non razionali. Eppure, dopo qualche anno, più di qualcosa sembra non funzionare. Il disegno del Patto di Stabilità interno non appare in alcun modo coordinato con la trasformazione federalista in fieri dello Stato. Manca, dunque, un progetto di riforma unico che determini assetti di governance maturi. Tale carenza del nostro sistema legislativo riguarda tutte le funzioni che, dalla riforma Bassanini in poi, sono passate dallo Stato ai livelli di governo regionali e locali. Tutto ciò mentre l’Italia vive una fase di transizione verso un federalismo ancora incompiuto, con il conseguente risultato di un’incertezza generalizzata nella delimitazione delle competenze effettive dei vari livelli di governo.
La risposta a questa disorganizzazione normativa? L’imposizione di tetti di spesa, che non mettono in campo criteri selettivi e che non considerano l’evoluzione del sistema di governance sottostante. E così oggi si scontano, inevitabilmente, le conseguenze di rimedi tampone che non sono serviti a imboccare una via strutturale di risanamento. Quando la politica economica si identifica con i vincoli di bilancio e mira solo a contenere in modo meccanico, senza una visione strutturale di fondo, il rischio diventa proprio l’allontanamento dagli obiettivi per i quali tali vincoli sono stati imposti. E’ questa la conseguenza dei tetti imposti, ad esempio, alla spesa sanitaria pubblica e farmaceutica: 6% il rapporto massimo consentito tra spesa sanitaria pubblica e Pil, 13% quello tra spesa farmaceutica pubblica territoriale e Pil regionale. Più in generale, i vincoli sulle singole voci di bilancio delle regioni e degli enti locali hanno, in questi anni, rappresentato una gabbia vuota, senza una strategia strutturale di politica economica e senza un dialogo istituzionale tra i vari livelli di governo. Con il risultato finale di impedire da una parte la costruzione di un programma di stabilità nazionale coerente in termini economico-finanziari con le scelte economiche dei governi locali, e dall’altra l’individuazione e l’adozione a livello nazionale delle best practice in materia di intervento pubblico.
Per far ripartire realmente lo sviluppo del paese, è necessario determinare con chiarezza le responsabilità specifiche dei diversi livelli di governo.
Stato e regioni devono incontrarsi per programmare – e non per rimediare con soluzioni temporanee e d’urgenza – fissando obiettivi quantitativi che, sempre nel rispetto del complesso delle risorse disponibili, non siano in alcun modo slegati dalla valutazione specifica delle realtà territoriali. A tal fine, sembra indispensabile, oltre a una reale responsabilizzazione delle regioni, l’introduzione di programmi di stabilità regionali, e la valorizzazione della Conferenza Stato-Regioni e della Corte dei Conti come organi di orientamento, valutazione e controllo. Si darebbe vita così a una nuova struttura di governance in grado di garantire la flessibilità necessaria in materia di variazione dell’entità della perequazione, interventi aggiuntivi dello Stato ed eventuale scostamento dalla programmazione, senza il rischio, però, di scadere in un’anarchia generalizzata.
L’auspicio è che la politica si impegni per una svolta che sostituisca il meccanismo perverso che oggi (s)regola i conti pubblici nazionali e regionali, attribuendo compiti specifici e imponendo obiettivi intelligenti e razionali.

Scritto da: Fabio Pammolli