L’Accordo Governo-Confindustria-Sindacati e un confronto internazionale sulla differenziazione territoriale del costo del lavoro

Il database online di EUROSTAT permette di confrontare la distribuzione territoriale dei costi orari del lavoro per unità di lavoro dipendente full-time equivalent, con riferimento all’industria e ai servizi ed escludendo la Pubblica Amministrazione. L’anno più recente a cui il confronto è possibile è il 2004, ma è utile analizzare questi dati, soprattutto alla luce del dibattito che si è aperto dopo l’Accordo Governo-Confindustria-Sindacati sulla riforma della contrattazione del costo del lavoro.In Italia il differenziale massimo si registra tra Sud e Nord Ovest: 4,65 Euro/ora, con uno stacco di poco meno del 23,8 per cento. Il differenziale più ampio è tra Lander tedeschi: oltre 13,5 Euro/ora e uno stacco di quasi il 75 per cento.

Il differenziale assoluto italiano è tra i più bassi, dando atto di un modello di contrattazione obsoleto, che ha lasciato spazi minimi all’interazione contrattuale decentrata e alle componenti premiali della retribuzione. Tra i dodici Paesi coperti dal database, l’Italia si posiziona al nono posto, seguita da Olanda, Belgio e Austria. Nella media di tutti i Paesi, la differenza massima supera i 6,2 Euro/ora con uno scarto superiore al 43 per cento, quasi il doppio dello scarto percentuale italiano.

Poiché i dati assoluti sono disponibili solo in Euro non corretti per la parità dei poteri di acquisto, il confronto più significativo è quello sugli scarti percentuali interni ai singoli Paesi. Germania e Portogallo mostrano valori prossimi al 75 per cento; Polonia e Regno Unito prossimi al 60; la Francia un valore superiore al 56 per cento; la Spagna superiore al 50; l’Ungheria superiore al 46; la Grecia prossima al 32 per cento. Il quasi 24 per cento dell’Italia è superiore solo al 17 dell’Olanda, al 12 dell’Austria, e all’11 del Belgio.

I dati consentono alcune considerazioni:
*     Tre Paesi geograficamente ampi e con assetto federato/confederato, come la Germania, il Regno Unito e la Spagna, mostrano una pronunciata diversificazione percentuale del costo del lavoro, più che doppia rispetto all’Italia;
*     Anche la Francia, nonostante la sua organizzazione centralistica, presenta una differenziazione salariale elevata, riconducibile con ogni probabilità a un modello di specializzazione produttiva dei territori relativamente ben definito;
*     La Germania, che presenta un dualismo di sviluppo territoriale comparabile a quello Nord-Sud italiano, permette una forte differenziazione del costo del lavoro tra Lander dell’Ovest e Lander dell’ex DDR a Est;
*     Paesi con economie che hanno necessità di recuperare sviluppo, come Polonia e Ungheria, permettono differenziazioni molto più forti rispetto all’Italia (il doppio l’Ungheria, quasi il triplo la Polonia);
*     In UE-15, Portogallo e Grecia, entrambi Paesi che cercano di recuperare gap di sviluppo industriale ed economico rispetto agli altri Partner, hanno il primo un livello di differenziazione salariale tra territori pari a quello della Germania e circa tre volte e mezzo superiore a quello dell’Italia, il secondo un livello di circa otto punti percentuali superiore a quello dell’Italia;
*     Se si esclude il caso dell’Austria e dell’Olanda, Paesi piccoli e relativamente omogenei, soltanto il Belgio presenta una differenziazione inferiore a quella italiana, nonostante l’organizzazione federalista e un marcato dualismo economico interno tra le Fiandre e la Vallonìa. Ma sono noti i punti di frizione che, anche per questi motivi, caratterizzano la convivenza tra le Fiandre e la Vallonia.

Massimo differenziale territoriale di costo del lavoroper ora di lavoro dipendente full-time equivalent, Euroindustria e servizi, con esclusione della PA 2004
minmaxmediadiff. assolutadiff. in % min
Germania 18,2131,7724,9913,5674 – 46%
Portogallo 7,9413,8310,8855,8974 – 18%
Polonia 3,615,774,692,1659,83%
Regno Unito 20,6232,9326,77512,3159 – 70%
Francia 23,8937,2930,5913,4056 – 09%
Spagna 12,8619,3116,0856,4550,16%
Ungheria 4,897,166,0252,2746,42%
Grecia 12,5616,5614,564,0031,85%
ITALIA 19,5524,221,8754,6523,79%
Olanda 24,5328,6426,5854,1116,75%
Belgio 29,7232,9931,3553,2711,00%
Austria 24,627,5726,0852,9712,07%
media16,9223,1720,046,2543,03%
fonte : elaborazioni CERM su database online EUROSTAT 

In conclusione, la posizione dell’Italia risalta per una insufficiente differenziazione territoriale del costo del lavoro, soprattutto se si tiene conto del fatto che:
*     l’estensione geografica è ampia;
*     è presente un forte divario Nord-Sud in termini di produttività, occupazione, reddito medio e sviluppo economico complessivo;
*     è presente un forte divario in termini di infrastrutturazione e interconnessioni interne e verso l’esterno;
*     il costo della vita è significativamente differenziato, sia con riguardo alle zone metropolitane che a quelle di provincia.

Nel contesto italiano, una riforma della contrattazione che desse spazio alla contrattazione di secondo livello introducendo maggiore articolazione e flessibilità permetterebbe al costo del lavoro di adattasi ai differenziali territoriali di produttività e costo della vita.  Le aree del Mezzogiorno guadagnerebbero in attrattività per i progetti imprenditoriali e, con loro, avrebbero impulso la domanda di lavoro, la creazione di redditi e la realizzazione degli investimenti infrastrutturali. Una contrattazione su più livelli è un “cuscinetto” che permette di far coesistere realtà territoriali diverse promuovendo il catching-up di quelle in ritardo di sviluppo economico. L’applicazione di standard uniformi risulta, invece, inadatta a tener conto dei vincoli delle risorse e delle condizioni con cui l’attività produttiva può/deve organizzarsi nei singoli bacini.  Da questo punto di vista, regole di contrattazione più flessibili sono una componente strutturale essenziale per sostenere la trasformazione federalista, e stimolare quel percorso di emulazione dei modelli di governance migliori che, portando sviluppo, favorisce anche il perseguimento della coesione tra Regioni.

Per queste ragioni, i principi alla base dell’Accordo quadro Governo-Confindustria-Sindacato sono ampiamente condivisibili, andando proprio nella direzione di una maggior articolazione/flessibilità, sia in funzione di permanente incentivazione della produttività e di ottimizzazione dell’allocazione delle risorse tra progetti di sviluppo locale, sia in funzione anticiclica, quando condizioni contrattuali meno esogene e aprioristiche rispetto al contesto economico-sociale permettono una risposta migliore alla congiuntura negativa.

È necessario, adesso, completare gli aspetti tecnici e i dettagli operativi, affinché un rinnovato modello di contrattazione del costo del lavoro possa il prima possibile concorrere al rilancio dell’economia e del Paese.

Scritto da: Fabio Pammolli e Nicola C. Salerno