Spirano venti di guerra commerciale. Il presidente Trump fin dal giorno del suo insediamento ha sostenuto che “Protection will lead to great prosperity and strength”. Agli esordi ha distrutto il TTP e ha minacciato con successo una tariffa doganale del 35% sulle industrie automobilistiche che trasferivano gli impianti produttivi in Messico. La strategia del momento consiste invece non tanto nel demolire direttamente gli accordi internazionali del commercio o nell’applicare tariffe di emergenza su Cina, Messico e altri Paesi ma nell’applicare aggressivamente, in un ambito sempre più vasto, le leggi USA che consentono unilateralmente di limitare le importazioni.

Una nuova guerra commerciale

La guerra commerciale è condotta secondo tre azioni dalle modalità diverse dal passato. La prima consiste nell’utilizzo di argomentazioni insolite ossia che l’imposizione delle barriere al commercio è necessaria per la sicurezza nazionale. La seconda che le indagini del dipartimento del Commercio sono state intraprese direttamente dal governo senza attendere che le imprese del settore le avessero richieste. La terza che le politiche restrittive sulle importazioni a basso costo sono accompagnate da una retorica politica surriscaldata che virtualmente incita a ritorsioni da parte dei partner commerciali. Le importazioni di prodotti in acciaio e in alluminio sono state messe sotto indagine ai sensi della Sezione 232 della legge del commercio del 1962. I risultati delle due indagini del dipartimento del Commercio, secondo i quali le importazioni di acciaio e di alluminio costituiscono una minaccia alla sicurezza nazionale, sono stati resi pubblici il 16 febbraio 2018.

Gli effetti dei dazi sull’economia USA

Queste conclusioni autorizzerebbero la Casa Bianca a praticare unilateralmente delle tariffe del 25% sulle importazioni di acciaio e 10% sull’alluminio giustificabili in base all’eccezione della “sicurezza nazionale” dai sensi dell’articolo XXI del GATT, innescando una guerra commerciale per le potenziali ritorsioni a catena da parte dei partner commerciali. Secondo l’indagine per assicurare la sostenibilità nazionale l’utilizzo della capacità produttiva dei due settori non dovrebbe essere inferiore all’80% (attualmente è al 73%). Altri prodotti soggetti a restrizioni sono il legname e i pannelli solari.

I molteplici obiettivi che si pone questa strategia sono quelli di ridurre il deficit commerciale USA, di riportare una parte della produzione di quei beni nel Paese e di incrementare l’occupazione. Alcuni commentatori interni però già avvertirono nel 2017 che i dazi potrebbero danneggiare l’industria della Rust Belt in quanto consentirebbero alle imprese di incrementare i prezzi e di comprimere alcuni settori utilizzatori intensivi di acciaio (ad esempio l’industria automobilistica).
Trump’s Steel Tariffs Are a Surefire Way to Hurt the Rust Belt

La Cina

Le restrizioni interesseranno 46 miliardi di importazioni di cui solo il 6% (976 mln $ di acciaio e 1.8 mld $ di alluminio) sono provenienti dalla Cina che è considerato da Trump colpevole di aver inondato il mondo di acciaio e alluminio. La Cina è ritenuto un paese disonesto nel commercio. La presidenza USA ha sempre lamentato che le precedenti amministrazioni non avessero fatto nulla per arginare questo comportamento. Tuttavia già prima dell’azione di Trump il 3.8% delle importazioni dalla Cina era soggetta a misure di restrizione del commercio quali dazi anti-dumping che vanno oltre il 100% fino al 200%. Le regole stabilite dal WTO per la risoluzione di controversie consente ai paesi danneggiati dalle misure protezionistiche di applicare ritorsioni solo in presenza di una conclusione legale che dimostri l’infondatezza dell’eccezione della sicurezza nazionale. La compensazione è fissata per consuetudine pari al valore del commercio che è stato perduto.

La perdita delle controparti

Chad Bown Senior fellow del PIIE stima che la perdita delle controparti, sommando i settori dell’acciaio e dell’alluminio, possa ammontare a 14.2 mld di $. Tra le aree più colpite dal provvedimento ci sarebbero il Canada 3.2 mld di $, l’EU 2.6 mld di $, la Corea del Sud 1.1 mld di $ e il Messico 1 mld di $ mentre la “colpevole” Cina avrebbe un danno stimato solamente di circa 700 mln di $. Per il momento dai dazi sono esentati il Messico e il Canada che con gli USA hanno siglato un accordo di libero scambio (NAFTA).

Grafico delle importazioni USA di acciaio e alluminio per Partner commerciale (Fonte: Bown PIIE)
Grafico delle importazioni USA di acciaio e alluminio. Chi danneggia la guerra commerciale

Segnalo alcuni articoli a firma di Chad Brown, il primo su PIIE e il secondo su VoxEU
Steel, Aluminum, Lumber, Solar: Trump’s Stealth Trade Protection PIIE Policy Brief 17-21
VoxEU – Trump’s steel and aluminium tariffs: How WTO retaliation typically works

Bown and Crowley (2007) Trade deflection and trade depression sull’effetto depressivo che i dazi sui prodotti di un paese hanno sulle esportazioni di quel paese verso partner terzi

Le contromisure dell’UE

La UE ha annunciato che prenderà delle contromisure in risposta alle posizioni unilaterali USA. Secondo la Commissione europea il problema dei settori dell’alluminio e dell’acciaio sono dovuti a un eccesso di capacità produttiva a livello globale. Questo può essere affrontato all’origine e la EU si dichiara disponibile di discuterne con l’amministrazione USA per risolverlo. Le eventuali ritorsioni commerciali si concentrerebbero sulle importazioni di prodotti di marchi famosi quali le Harley Davidson, i Jeans Levi’s e il Bourbon (“whiskey” americano a base di mais). Alcuni commentatori (G. Wolff su Bruegel) suggeriscono che nella guerra commerciale la strategia USA è quella di mettere in discussione la legittimità del WTO. Per questo la risposta dell’Europa dovrebbe focalizzarsi soprattutto nel rinforzare la partnership commerciale con la Cina. Da un recente discorso, il presidente cinese Xi Jinping sarebbe favorevole alla sottoscrizione dei un sistema internazionale del commercio basato sulle regole.

Effetti redistributivi dei dazi

Infine riporto il link di un interessante articolo accademico che è stato segnalato da F. Panunzi su la Voce, dove si indaga quali sono gli effetti distributivi dei dazi. Il commercio internazionale danneggia principalmente i lavoratori a basse competenze perché li espone alla concorrenza internazionale. Il commercio internazionale agisce su due canali: quello della spesa e quello del lavoro, con effetti diversi a seconda degli individui.

Dal lato dei consumi i soggetti più istruiti acquistano principalmente servizi che sono al riparo dalla concorrenza internazionale. Dal lato dei beni invece acquistano quelli d’importazione come auto, elettronica e bevande alcoliche. I soggetti meno istruiti hanno consumi che compensano quelli dei più istruiti. Essi acquistano meno servizi e più beni dove è minore la penetrazione dell’import. Specularmente dal punto di vista del lavoro, i soggetti più istruiti lavorano nei servizi, che sono al riparo dal commercio. Infine coloro che sono nel manifatturiero traggono beneficio lavorando nei settori dell’export. Una migliore conoscenza degli effetti redistribuivi dei dazi aiuterebbe, in un’eventuale guerra commerciale, a individuare forme di ritorsione più efficaci.