La ripresa del concetto del moltiplicatore parte grossomodo da quando sono iniziate le stime sugli gli effetti della riduzione delle tasse in USA del 2001 e del 2003. Questa discussione che parte dal paper AER 2010 di Romer e moglie: “The Macroeconomic Effects of Tax Changes: Estimates Based on a New Measure of Fiscal Shocks” è probabilmente più utile nel caso di una stima di un’eventuale applicazione della flat tax perché alcuni policymaker affermano che il taglio delle tasse stimoli l’economia nel breve periodo e sostiene l’incremento dell’output nel lungo periodo. Al contrario altri economisti sostengono che il principale effetto di un taglio delle tasse sia l’aumento dei tassi d’interesse e di conseguenza una diminuzione della fiducia e dell’output nel breve e nel lungo periodo. Le evidenze empiriche dei Romer per gli USA un incremento delle tasse pari all’1% del PIL porta dopo 3 anni a una riduzione deel PIL del 3%. In Europa questo moltiplicatore è stato stimato del 1% da Alesina, Giavazzi e Favero.

Per quanto riguarda il moltiplicatore fiscale, un articolo molto importante è il WP IMF di Blanchard-Leigh 2013 “Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers” che ha influenzato molto il dibattito (Roventini conosce bene l’articolo, lo vediamo in seguito) perché ipotizzava l’esistenza di un moltiplicatore fiscale maggiore di 1. Il moltiplicatore è maggiore di 1 solo per determinati periodi per cui non è un valore fisso ma cambia da paese a paese e a seconda delle condizioni economiche. A livelli pre-crisi un valore stimato del moltiplicatore per le economie avanzate è pari a 0.5 mentre durante la crisi (2008-2010) è dello 0.3-1.8 per la spesa pubblica (stime IMF). Il moltiplicatore è alto quando il paese si trova nella trappola della liquidità (politica monetaria divenuta inefficace), ma quando segue una ripresa il moltiplicatore si abbassa e ritorna ai livelli pre-crisi (0.5). Questo è stato confermato da due studi successivi: il primo Mohlmann e Suyker 2015, che hanno esteso le stime di Blanchard fino al 2015, confermano che un valore del moltiplicatore fiscale superiore a quello atteso di 0.5 è significativo nel periodo della crisi ma non in quello post crisi 2014-2015. Il secondo di Lewis e Pain OECD 2015, stima che se dalle regressioni si elimina la Grecia, il moltiplicatore stimato è superiore allo 0.5 ma non di molto (0.8). La situazione italiana attuale caratterizzata da ripresa (vedi ISTAT 2 marzo 2018 dati preliminari PIL 2017 + 1.47 in termini reali) non è più in recessione né in deflazione.

Andrea Roventini (Sant’Anna di Pisa), candidato 5 stelle all’Economia sostiene che i moltiplicatori fiscali, citando anche Blanchard-Leigh 2013, sono attualmente superiori a uno. Allego il suo (e di altri) paper “Time-Varying Fiscal Multipliers in an Agent-Based Model with Credit Rationing” dove si discute del moltiplicatore superiore all’unità. In un altro suo (e di altri) “The Janus-Faced Nature of Debt: Results from a Data-Driven Cointegrated SVAR Approach” si sostiene che un incremento della spesa pubblica (ublic debt shock) ha un’influenza positiva e persistente sull’attività economica mentre il credito privato (mutui) ha un effetto debole perché stimola i consumi nel breve ma li comprime nel lungo periodo.

Un articolo di VoxEu a firma Caggiano Castelnuovo del 2015 sostiene che per misurare l’impatto della non linearità si utilizza lo SVAR e i risultati sono che nelle recessioni profonde il moltiplicatore fiscale può arrivare fino al valore di 4.

Ma nel 2011 Crosetti e altri stimano il moltiplicatore fiscale a livello statale, regionale e provinciale per gli anni 1990-1999 che assume un valore 1.4 di impatto e di 2.0 dinamicamente.

Infine un’analisi delle serie storiche USA Ramey e Zubairy 2015 sostengono per esempio che l’effetto della spesa nella seconda guerra mondiale ha avuto effetto non per l’ampiezza del moltiplicatore ma per la magnitudine della spesa.
Passando al capitolo investimenti, Calenda e Bentivogli hanno pubblicato sul sole 24 ore un piano in cui ribadiscono l’importanza dell’azione di governo con il vincolo della riduzione del deficit (che non dovrà superare lo 0.9% del PIL). Investimenti per le imprese e formazione tecnica continua per i lavoratori, salario minimo per i lavori non coperti da contrattazione collettiva.

Le critiche più rilevanti sono della Mazzucato e da Franco Debenedetti. La Mazzucato denuncia la mancanza di una nuova visione e la necessita ridefinire il ruolo dello stato che è stato “«sottovalutato, se non trascurato”. Sono necessari: spesa diretta per l’istruzione, riduzione degli sprechi e creazione di agenzie e istituzioni statali che sappiano investire.

Franco De Benedetti critica il piano perché si allinea ai sacri totem della sinistra più tradizionale. Si sottolinea ad esempio la mancanza di istruzione tecnica ma se ne ignorano le cause. Molto poco viene detto sulla mancanza di cultura della concorrenza su cui De Benedetti discute ampiamente. Infine solo una revisione della struttura degli incentivi può attivare i comportamenti individuali che fanno “ripartire” l’economia.

Un articolo della fondazione Bruno Leoni sul piano Calenda-Bentivogli riprende la posizione di De Benedetti, criticando la posizione della Mazzucato sul ruolo dello stato che invece ha ancora un ruolo preponderante nella nostra economia nonostante le liberalizzazioni del passato.

Infine un articolo di Lazaer, che dovevo inserire nella mail precedente ma mi è sfuggito, che è intitolato “Government Spending Discourages Work”. È un’analisi che parte dall’accordo di Trump sul budget che porterà ad un aumento incontrollato del deficit inuUSA. I paesi con più alta tassazione lavorano meno di quello con tassazione più bassa. L’alta tassazione scoraggio il lavoro e la formazione del capitale.