Alberto Alesina e Francesco Giavazzi (Il liberismo è di sinistra) sono riusciti nel loro intento.  E copiosi sono piovuti contributi sulla paternità “destrorsa” o “sinistrorsa” delle politiche per la meritocrazia, per la razionalizzazione della spesa pubblica, per la rimozione dei vincoli di accesso a professioni e mestieri, il rafforzamento dei percorsi a disposizione degli outsider per l’inserimento nel mercato del lavoro.
Per capire che cosa stia a destra e che cosa a sinistra, non ci si può non domandare – parafrasando Gaber – che cos’è la Destra, che cosa la Sinistra? E se è chiaro che per trovare una risposta non basta il riferimento all’articolazione attuale dello scenario politico italiano, è vero anche che i criteri di distinzione tradizionali rischiano lo stereotipo e, se non rinnovati, non consentono di affrontare le problematiche dell’oggi e del domani.
Da quando, nel corso del XIX secolo, la concezione patrimoniale dello Stato ha lasciato il passo al riconoscimento dei diritti dei cittadini, tante sono state le conquiste, e oggi quelle scelte che Alesina e Giavazzi ricomprendono nel “liberismo” dovrebbero costituire in realtà la base democratica per il confronto politico.
Meritocrazia, responsabilità ed efficienza nel governo della spesa pubblica, valorizzazione del lavoro e delle capacità imprenditoriali senza vincoli delle corporazioni, apertura agli outsider sono, tutti, altrettanti principi della nostra Costituzione, obiettivi sui quali l’Antitrust è chiamato a sorvegliare e sui quali esistono già concreti coordinamenti europei. Dovremmo forse chiederci se stanno a destra o a sinistra Costituzione, Antitrust, Commissione e Consiglio UE?
E allora il richiamo di Alesina-Giavazzi suona, in realtà, come una domanda retorica: sì, quelle politiche sono anche di sinistra, perché non dovrebbero essere più ragione di differenziazione politica; sono anche di sinistra perché non è vero che esse nascono da un pensiero destro.

Ma la domanda retorica ne cela una più importante: di quale nuovo concreto ruolo, allora, deve farsi protagonista un progetto riformista in Italia? Se tra le aspirazioni distintive sono riconoscibili la compensazione delle differenze nei mezzi e la condivisione dei grandi rischi vitali, per favorire la diffusione del benessere senza discriminazioni precostituite, almeno cinque appaiono i punti di snodo da considerare.

1)      Innanzitutto, la presa di coscienza che, in una fase d’intenso invecchiamento della popolazione, gli obiettivi di compensazione delle differenze nei mezzi e di condivisione dei grandi rischi vitali assumono, in misura crescente, una dimensione intergenerazionale. Ne discende un obbligo di considerare gli effetti di lungo periodo delle scelte di politica economica su coloro che ancora non possono esprimersi col voto.

2)       Dato questo presupposto, il rigore nelle gestione dei conti pubblici e il riassorbimento del debito sono due condizioni necessarie per perseguire adeguatamente quegli obiettivi sia oggi che domani.

3)       V’è, poi, il capitolo del rinnovamento degli istituti del welfare, che ancora hanno l’impostazione che fu concepita per soddisfare le esigenze della società di metà Novecento. Su questo fronte, si tratta di procedere rapidamente a una diversificazione degli strumenti, per coprire “in tempo reale” e con interventi specifici la varietà delle situazioni in cui il singolo e la famiglia possono trovarsi nel corso della vita; e, inoltre, di affiancare alle erogazioni monetarie (oggi prevalenti) prestazioni di beni e servizi.

4)       Tre cardini del rinnovamento del welfare sono la riforma delle pensioni, la riorganizzazione della funzione redistributiva in senso universale e selettivo, il disegno degli strumenti in modo da mantenere alti gli incentivi individuali al lavoro e alla produttività.
a.       La riforma delle pensioni dovrebbe realizzarsi con l’applicazione integrale del criterio contributivo a capitalizzazione nozionale (il “Dini”), la liberalizzazione dell’età di pensionamento al di sopra di una età anagrafica di base e il pieno cumulo pensioni-redditi. Questa soluzione permetterebbe di considerare con continuità tutti i contributi versati dal lavoratore durante la carriera, promuoverebbe il prolungamento volontario della vita attiva senza interferire con le scelte individuali, favorirebbe il tunover generazionale nelle posizioni regolari a tempo indeterminato, e, neutralizzando i flussi redistributivi interni al sistema pensionistico, darebbe l’opportunità di valorizzarli negli altri istituti di welfare. La riforma del pilastro pubblico, inoltre, faciliterebbe il definitivo sviluppo dei pilastri privati, se accompagnata da una opportuna revisione degli schemi di incentivazione fiscale, in modo da renderli coerenti con la progressività dell’imposizione generale.
b.       L’universalismo selettivo è un principio non riconducibile né alla Destra né alla Sinistra. Piuttosto, esso appartiene alle società aperte che utilizzino la redistribuzione di risorse scarse (monetarie e in-kind) come strumento di inclusione di tutti i cittadini, senza distinguo. Quando la funzione redistributiva si realizza attraverso l’interposizione dello Stato (e non per scelte associative di singoli gruppi a valere sul loro patrimonio), le risorse intermediate non possono non rivolgersi su basi paritetiche a tutti i componenti della comunità nazionale, graduando l’intensità redistributiva in funzione delle caratteristiche di individui e famiglie.
c.        L’attenzione al disegno dei diversi istituti di welfare si prefigge, in combinazione con l‘universalismo selettivo, di rendere efficiente ed efficace la redistribuzione, affinché le situazioni di bisogno possano trovare un definitivo superamento, nel corso della vita e nel succedersi delle generazioni (evitando fenomeni tipo “trappola della disoccupazione” o “trappola della povertà”).

5)      La diversificazione degli istituti, la combinazione di prestazioni monetarie e in-kind, l’approccio dell’universalismo selettivo, obbligano a ricercare un salto di qualità nella governance del welfare system, sotto molteplici punti di vista: dalla razionalizzazione del mosaico dei vari strumenti (casistica in cui si combinano o si escludono in toto o in parte); alla loro gestione amministrativa; al coordinamento con la fiscalità generale (l’imposizione progressiva sui redditi); alla leale collaborazione tra Stato, Regioni e Enti Locali (a cominciare dalle scelte di policy riguardanti un voce fondamentale della spesa sociale come l’assistenza sanitario-farmaceutica).

Nel complesso, si tratta di iniziare ad affermare un progetto di società e di economia aperto in tutte le direzioni ma fortemente responsabilizzante su ciascuna, per sostenere lo sviluppo individuale e collettivo. Alle caratteristiche di base di ogni programma democratico, su cui richiamano l’attenzione Alesina e Giavazzi, i cinque punti sopra richiamati aggiungerebbero i primi tratti distintivi di un programma riformista. L’auspicio è che di questi temi si possa finalmente discutere.

Scritto da: Alberto Alesina e Francesco Giavazzi