Cuneo contributivo e contrattazione rigida del lavoro: quanto ci son costate e quanto peseranno sulla ripresa?

Ha destato stupore vedere l’Italia dopo Grecia e Spagna nella classifica Ocse dei redditi netti da lavoro (“Taxing wages – 2008”). In realtà, questa posizione trova completa spiegazione nella bassa e declinante produttività e nella perdita di competitività che il Paese sta facendo registrare almeno da un quindicennio, e che si riflette sulle retribuzioni. Tra il 1995 e il 2008, il Pil pro-capite (in ppp) di UE-15 è cresciuto del 63%, contro il poco più del 40 dell’Italia; nello stesso arco di tempo, la Grecia ha registrato un +96,75%, la Spagna un +95,5%. Dal 2000 ad oggi, la produttività reale (al netto dell’inflazione) degli occupati è diminuita di quasi il 3% in Italia, a fronte di aumenti, anche significativi, negli altri Partner UE e, in particolare, del +22,9% in Grecia, e del +2,3 in Spagna.

Oltre che dalla bassa produttività, le basse retribuzioni nette italiane dipendono dal cuneo (la differenza tra il costo del lavoro per l’impresa e la retribuzione netta per il dipendente). Ma anche su questo punto, è radicata la tesi che il cuneo italiano non costituisca un problema, perché altri Paesi, e tra questi alcuni dei principali Partner UE-15 (Germania, Francia, Svezia), hanno livelli di cuneo equivalenti o addirittura superiori. Ma l’Italia si distingue da questi Paesi per delle ragioni strutturali.

In ambito Ocse, l’Italia rappresenta un unicum: un basso costo del lavoro si combina con un alto cuneo sul lavoro e con una altrettanto alta quota del cuneo attribuibile a contribuzione pensionistica. Un relazione così stretta non si riscontra altrove, soprattutto tra i Partner di UE-15. Ed è in questa combinazione che sono riassunti i nostri problemi.

Questa combinazione dipende da due fattori, entrambi ad impatto negativo sulla crescita: da un lato, la contrattazione troppo rigida del costo del lavoro in un Paese dalle forti asimmetrie di produttività e di costo della vita; e, dall’altro la mancata riforma delle pensioni e del welfare. Il primo fattore scoraggia investimenti, insediamenti produttivi, occupazione e produttività degli occupati. Il secondo fattore impedisce la differenziazione della spesa sociale, verso gli istituti a sostegno del singolo e della famiglia durante tutte le fasi della vita: figli, casa, conciliazione vita-lavoro, inabilità/disabilità, inclusione/reinclusione nel mercato del lavoro, formazione, etc.. Questi istituti sono essenziali per perseguire l’obiettivo dell’equità in un contesto di crescita individuale e collettiva ma, con il sovraccarico di contribuzione alle pensioni, non riescono a trovare stabili fonti di finanziamento. Il coefficiente di variazione del costo del lavoro per occupato full-time equivalent è, in Italia, la metà di quello della Germania, della Spagna, della Francia, della Grecia e persino del Portogallo; mentre il 70% del nostro cuneo è riconducibile a contribuzione sociale, della quale oltre l’80% a finalità pensionistica.

È necessario rompere l’equilibrio vizioso in cui bassa produttività e basso costo del lavoro si giustificano a vicenda, con il cuneo a trasformare il basso costo del lavoro in ancor più basse retribuzioni nette, senza per giunta utilizzare le risorse raccolte per finanziare spesa pubblica in un welfare moderno e diversificato. Dai dati di “Taxing wages – 2008” dell’Ocse arriva uno sprono alla riforma della contrattazione del lavoro, verso schemi più decentrati e flessibili, e a quella delle pensioni, verso un assetto multipilastro che permetta una migliore combinazione tra contribuzione obbligatoria e investimenti volontari di lungo termine, tra finanziamento a ripartizione e finanziamento a capitalizzazione.