CERM/Rassegna Stampa & Podcast

Il Jobs Act ha davvero trasformato le regole sul lavoro? La discontinuità, certo, c’è stata. Ma una riflessione è necessaria. A imporla, sono cambiamenti epocali nella tecnologia e nella demografia.

La narrativa e il confronto si sono polarizzati sulla disciplina del contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Si è rimarcata la distinzione tra lavoro dipendente e lavoro indipendente, sono stati allentati i limiti dell’obbligo di reintegrazione in caso di licenziamento per i nuovi dipendenti, si è dato un giro di vite ai contratti di lavoro parasubordinato, i vecchi contratti a progetto.

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Citazione: Fabio Pammolli



«L’America prima di tutto». E subito la mano pesante di Donald Trump si è abbattuta sui due cardini dell’ordine mondiale dell’ultimo quarto di secolo: la libera circolazione degli individui e quella delle merci.

Come per Hoover nel 1930, dazi e protezionismo strategico marcano la linea di cesura con il passato – Woodrow Wilson allora, Obama oggi – e celebrano l’immagine dell’uomo nuovo, forte, affidabile, capace di trasformare in speranza le difficoltà, le paure e il risentimento dei sostenitori: gli agricoltori messi in ginocchio dalla crisi allora; i colletti blu, i giovani, i precari dei servizi, i nuovi poveri che hanno perso il lavoro e non lo ritrovano, nell’America di oggi.

Vedremo come andrà a finire. Certo, in due settimane, si è consumata una rottura profonda, che ha sconquassato la roccaforte del liberalismo politico ed economico. Con ogni probabilità, la terapia d’urto è solo agli inizi. I prossimi passi saranno su tasse e investimenti. Qui l’azzardo di Trump è che la spesa pubblica in infrastrutture e il taglio delle tasse possano ripagarsi con la crescita e non aumentino il debito pubblico. È un azzardo in parte calcolato, perché se anche la spesa non produrrà crescita i conti pubblici saranno tenuti in ordine da sforbiciate poderose alla spesa sanitaria e a quella per il welfare. Il tutto brandendo una Costituzione fiscale – resa tradizione sin dai tempi di Jefferson e Madison – secondo cui la spesa pubblica si paga con le tasse e va presa a piccole dosi, mentre lo Stato non deve spendere più di quanto incassa, perché i figli non devono pagare per i debiti dei padri.

Quella di Trump è un’agenda economica disegnata attingendo senza remore a scuole di pensiero contrapposte: lo Stato minimo di Jefferson e Paul Ryan va a braccetto con lo Stato investitore di Hamilton e Joseph Stiglitz. In futuro, questo eclettismo potrebbe rivelarsi cacofonia. Di certo, Donald il Barbaro sarà ricordato come colui che ha dato voce e corpo a una vera e propria rivoluzione nel cuore dell’assetto economico e sociale consolidatosi nelle democrazie di mercato dopo la caduta del Muro di Berlino e con la creazione del mercato unico globale. Proprio per questo, un risultato Trump lo ha già prodotto: il dibattito e il confronto politico tornano a concentrarsi su pochi grandi temi di fondo, decisivi per gli equilibri tra democrazia, stato e mercato.

Immigrazione, diritti individuali, regole dell’Europa e dell’economia internazionale, tasse, lavoro, investimenti: qui si giocheranno, nei prossimi mesi, le sfide elettorali in Olanda, Francia, Germania. Questi, in Italia, i temi su cui misurare chi si candiderà a guidare un Paese reso sempre più vulnerabile dal fardello del debito e dall’incapacità di riformare le proprie istituzioni.

Quali libertà e quali responsabilità; quali assetti e quali regole per l’area europea; quali tasse tagliare e quali aumentare; quali le rinunce e quali le spese prioritarie per lo Stato; come aumentare la trasparenza dei bilanci pubblici, spiegando per filo e per segno per quali uscite straordinarie si chiede più debito e come s’intende ripianarlo; come disegnare soluzioni innovative per finanziare gli investimenti sulle infrastrutture, gli ospedali, le scuole, la sicurezza delle abitazioni e dei territori. Se il confronto sarà in campo aperto e su questi grandi temi, lo dovremo anche a Donald il Barbaro. La sua irruzione sulla scena è una sirena d’allarme sulla portata dei sommovimenti che si stanno producendo.

Sotto il suono delle sirene, riusciremo forse a metterci alle spalle temi e interessi minuti che sono rimasti prioritari nelle agende intellettuali e politiche dei pochi, ma sono divenuti sempre più marginali nella storia delle democrazie aperte e nel vissuto dei popoli che le animano.

Note:
La Stampa, 2 febbraio 2017



Eravamo presi a discutere di manovra e flessibilità e non ce ne siamo accorti: Donald Trump ha trovato la pozione magica per la crescita e il lavoro, ispirandosi a Dwight Eisenhower.

Entrambi repubblicani, le differenze tra il miliardario e il Presidente soldato non potrebbero essere più grandi. Eppure Trump deve sicuramente tenere sul comodino una copia del Federal Aid Highway Act che nel ’56 lanciò la costruzione delle grandi arterie stradali nazionali.

 

Citazione: Fabio Pammolli



La lettera della Commissione Europea al governo italiano riflette una preoccupazione fondata, contiene una contraddizione, e rivela la necessità, per Bruxelles, di rivedere regole e strumenti di lavoro. La preoccupazione è quella per un Paese con alto debito pubblico, bassa crescita e rinnovata incertezza sul fronte politico e istituzionale. Rimane difficile, però, ed è qui la contraddizione, cogliere il nesso tra questa preoccupazione e rilievi che si concentrano invece sui decimi di punto percentuale.

Citazione: Fabio Pammolli



Sale la febbre sulle regole del gioco in Europa, ristagna l’economia europea. I miracoli non sono contemplati, e le ragioni del ristagno sono profonde. La demografia, innanzi tutto. Negli Anni Sessanta, la crescita annua era sopra il 5%. Eravamo nel bel mezzo di quelli che Fourastié definì “Les Trente Glorieueses”, i Gloriosi Trent’anni della ripresa post bellica; oltre un terzo della popolazione aveva meno di trent’anni e solo il 6% ne aveva più di 70.

Citazione: Fabio Pammolli



Le tinte fosche dipinte nel G20 di Hangzou ci raccontano di una prospettiva di rallentamento duraturo dell’economia mondiale. La situazione internazionale è grave, ma non segna certo un fato ineluttabile per l’Italia, chiamata invece a perseguire con ancor maggiore determinazione l’obiettivo della crescita. Certamente, la crescita non si ottiene per decreto, e la coperta delle risorse è corta. Tuttavia, interventi per il lavoro dei giovani e per gli investimenti sono possibili, ed è tempo d’indicare le linee guida di un nuovo patto fiscale con i cittadini.

Citazione: Fabio Pammolli



Le prove sotto sforzo sostenute dai bilanci delle principali banche europee e italiane raccontano di una fuoriuscita dalla crisi che non può dirsi conclusa. Tuttavia, il risultato complessivo è di segno positivo e di tenuta, anche nell’eventualità, remota, di shock sistemici particolarmente intensi. Per inciso, viene da interrogarsi sulla fondatezza delle intemerate, d’intonazione inesorabilmente apocalittica, che ci raccontano di un sistema sempre sull’orlo del collasso, per poi proporre mantra salvifici, validi nel tempo e nello spazio.

Citazione: Fabio Pammolli



L’aumento dell’aspettativa di vita, la riduzione dei tassi di fertilità e la scarsa crescita rischiano di rompere il patto tra generazioni. Vanno assicurati contributi più leggeri per gli italiani under 25.

Citazione: Mauro Marè, Fabio Pammolli



“Grecia, un accordo sempre in bilico”

Zapping Radio 1 del 25/06/2015 – Parte 3



“Grecia, tira e molla di Tsipras”

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